Coronavirus, ipotesi lockdown per fasce d’età: come funziona e a cosa porterebbe

L'Ispi, Istituto di Politica Internazionale, suggerisce l’isolamento selettivo delle fasce di popolazione più a rischio, in particolare degli anziani

Isolare i più anziani, subito. Mentre la Francia ritorna in lockdown oggi e la Germania vara un semi-lockdown da lunedì 2 novembre, il premier Conte prende tempo in attesa di valutare attentamente la situazione epidemiologica in Italia.

Nel nostro Paese, ma anche nel mondo, l’82% dei deceduti per Covid aveva più di 70 anni e il 94% ne aveva più di 60. La letalità plausibile del virus cresce esponenzialmente con l’età, uccidendo meno di 5 persone su 10mila nella fascia d’età 30-39 anni, ma oltre 7 persone ogni 100 tra gli ultra-80enni.

Forse già la prossima settimana l’Esecutivo potrebbe varare un nuovo Dpcm che potrebbe sancire un nuovo lockdown, ma più soft, a partire da lunedì 9 novembre. Alcune attività resterebbero aperte, perché diversamente il Paese non potrebbe resistere dal punto di vista economico.

Posto che, come dimostra il “modello Svezia” del no-lockdown, l’immunità di gregge sembra non essere affatto una strategia efficace, obiettivo primario dell’Europa di fronte alla pandemia è evitare il più possibile vittime.

La percentuale di virus libero di circolare fino al raggiungimento di quella quota di popolazione già contagiata e ormai immune, che rallenterebbe la circolazione virale fino quasi a fermarla, potrebbe essere secondo numerosi esperti pari al 70% della popolazione.

L’effetto dell’immunità di gregge in Italia

Ma come spiega l’Ispi-Istituto di Politica Internazionale nel suo ultimo report, in Italia avere un’immunità di gregge del 70% implicherebbe 42 milioni di contagiati e tra i 430mila e i 700mila decessi in più per il solo obiettivo di rallentare la circolazione del virus. Una follia, insomma. Senza contare la pressione sul nostro sistema sanitario: è probabile che le persone che necessiterebbero di cure in terapia intensiva sarebbero circa 110mila.

In più, neanche in quel caso il virus rallenterebbe a lungo: ricerche recenti hanno dimostrato che la presenza di anticorpi nelle persone esposte all’infezione decresce piuttosto rapidamente, in pochi mesi, e che purtroppo si riduce ancora più rapidamente nella popolazione anziana, che è anche quella più a rischio di esiti fatali nel caso contraesse l’infezione.

Se il 70% della popolazione italiana si contagiasse, la mortalità diretta causata dal virus sarebbe equivalente a circa lo 0,8% della popolazione, facendo quasi raddoppiare il tasso di mortalità annuo. Aggiungendo il probabile sovraccarico delle terapie intensive, i decessi salirebbero intorno all’1% e l’età mediana delle persone decedute scenderebbe notevolmente.

Ipotesi isolamento selettivo

Per tutti questi motivi, l’Ispi suggerisce tra le conclusioni di un suo studio (lo trovate qui) l’isolamento selettivo delle fasce di popolazione più a rischio.

Se si vuole evitare un nuovo lockdown nazionale oggi, ma soprattutto ulteriori e futuri lockdown in funzione dell’andamento epidemico, è essenziale studiare modalità di chiusura differenziate che contemperino la necessità di minimizzare il rischio di morte e la pressione sul sistema ospedaliero nazionale, e quella di minimizzare l’impatto sull’economia.

Secondo il modello elaborato dall’Ispi, con il lockdown solo per le fasce d’età più a rischio sarebbe sufficiente isolare gli ultra-80enni per dimezzare o quasi la mortalità diretta del Covid.

Se poi riuscissimo a isolare efficacemente gli ultra-60enni, la mortalità scenderebbe allo 0,07%, circa dieci volte meno, equivalente a 43mila persone. Di fatto, si tratterebbe di un numero di decessi annui inferiore all’eccesso di mortalità fatto registrare tra marzo e maggio in Italia nel corso della prima ondata (circa 49mila persone), malgrado l’attesa infezione di 29 milioni di italiani (ovvero il 70% degli italiani nella fascia d’età 0-59 anni), che sarebbero circa il decuplo rispetto ai 2,5-3 milioni di infetti plausibili nel corso della prima ondata.

Anche in uno scenario di diffusa circolazione virale nella popolazione più giovane, si scenderebbe da un eccesso di mortalità diretta per Covid-19 di 460mila persone senza isolamento a 120mila (-74%) se si isolassero gli ultra-70enni e a 43mila (-91%) se si isolassero gli ultra-60enni.

In pratica, la mortalità totale nel corso di un anno solare in Italia aumenterebbe del 71% senza isolamento, ma solo del 18% con isolamento degli over-70, e appena del 7% con isolamento degli over-60. Dal punto di vista economico, un lockdown selettivo per fasce d’età permetterebbe di evitare il peggio.

L’effetto sulle terapie intensive

L’Ispi è anche andato oltre e ha rilevato, a partire dai dati che provengono dalla Lombardia, che, tra chi a causa di Covid-19 necessita di essere ricoverato in terapia intensiva, una persona su due ha più di 63 anni. Tre persone su quattro hanno più di 56 anni.

L’età mediana dei ricoverati in terapia intensiva è nettamente più bassa rispetto all’età mediana dei deceduti (63 vs 82 anni) perché, a parità di gravità dell’infezione, una persona molto anziana beneficia in misura minore di un supporto respiratorio rispetto a una persona meno anziana.

L’isolamento selettivo sembrerebbe all’apparenza meno efficace, perché sarebbe necessario estenderlo a fasce di popolazione sempre più ampie. Invece i ricercatori spiegano che anche in questo caso i numeri dimostrano che, isolando in maniera efficace gli ultra-60enni, si potrebbe ridurre di quasi i tre quarti la pressione sul sistema sanitario.

L’isolamento selettivo non sarebbe, da solo, una soluzione al problema della saturazione degli ospedali. Ma renderebbe ogni livello di contagio notevolmente più sostenibile, perché sia il numero massimo delle persone che necessiterebbero di terapia intensiva sia la velocità di riempimento dei posti a disposizione sarebbero nettamente inferiori.

Le criticità al lockdown selettivo

Restano tuttavia delle criticità enormi. Primo, all’aumentare della circolazione virale nella popolazione generale diventa sempre più difficile isolare le fasce d’età a rischio, perché il “contatto zero” non esiste.

Secondo, si pone il problema di come isolare. L’unica soluzione papabile sarebbe isolamento diffuso sul territorio, cioè ciascuno nella propria abitazione.

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