Covid, la corsa degli italiani in Svizzera per comprare il Plaquenil: “Molto pericoloso”

Una vera e propria corsa oltrefrontiera per comprare il farmaco anti-Covid vietato in Italia. È quanto sta accadendo in alcune regioni del Nord Italia con la Svizzera

Una vera e propria corsa oltrefrontiera per comprare il Plaquenil, il farmaco anti-Covid vietato di fatto in Italia. È quanto sta accadendo in alcune regioni del Nord Italia con il vicino elvetico, in particolare da Piemonte e Lombardia.

Plaquenil è uno dei nomi commerciali della clorochina o idrossiclorochina, un farmaco vecchissimo, in uso da quasi 70 anni contro la malaria e in tempi più recenti anche nella terapia dell’artrite reumatoide e del lupus eritematoso sistemico. Nel 2005 alcuni ricercatori statunitensi si erano accorti che, in laboratorio, faceva registrare una forte attività antivirale contro il coronavirus responsabile della SARS. Il farmaco è tornato alla ribalta nelle prime fasi dell’emergenza sanitaria perché diversi esperti sostenevano che contrastasse il Covid-19 fin dalla sua insorgenza.

L’allarme: cosa si rischia

L’allarme della corsa degli italiani in Svizzera in cerca del Plaquenil arriva dal primario di Infettivologia dell’ospedale di Novara, Pietro Garavelli, il primo in Italia a iniziare a trattare i casi sintomatici lievi di Covid con il Plaquenil, sperimentato con successo anche da Roberto Burioni. Farmaco che in Italia non si trova, perché alla fine di maggio l’Agenzia Italiana del Farmaco ne ha vietato l’uso al di fuori degli studi clinici.

Dopo le iniziali rassicurazioni del presidente dell’Aifa Domenico Mantoan, già direttore della sanità del Veneto, che mesi fa garantiva la disponibilità di questo farmaco, dopo che è stato vietato il risultato è stato che “la gente va a cercarlo altrove”, ha denunciato Garavelli al giornale torinese Lo Spiffero. Il rischio, evidente, è quello dell’automedicazione. I crescenti positivi asintomatici potrebbero decidere di assumere il farmaco acquistato, senza l’indispensabile valutazione del medico e i controlli necessari, pratica rispetto alla quale anche l’Oms è intervenuto con preoccupazione.

Perché servirebbe anche in Italia

L’infettivologo ricorda come, vista l’efficacia nella fase iniziale della malattia, il principio delll’idrossiclorochina veniva prescritto ai primi sintomi anche quando non si aveva ancora l’esito del tampone, mentre la decisione dell’Aifa “ha privato della possibilità di un intervento tempestivo, che in molti casi ha evitato l’ospedalizzazione, in più aprendo a una corsa ad accaparrarsi per canali alternativi scatole di farmaci che potrebbero essere usati in maniera impropria”.

Una corsa che, come facilmente intuibile, va aumentando in maniera direttamente proporzionale con l’aumento dei casi di positivi al virus e con l’approssimarsi dell’autunno. “In tanti dicono: vado a comprarlo, poi si vedrà – spiega Garavelli –. Ma qui siamo di fronte al rischio più pericoloso, quello della cura fai da te”. Guardando alla “massa critica di contagiati asintomatici che rappresentano una forza d’urto in grado di esporre, fra non molto, le persone anziane al virus”, Garavelli si dice “molto preoccupato. Anche perché se a marzo avevamo la prospettiva di un clima meno favorevole al virus, adesso abbiamo cinque o sei mesi di clima favorevole al Covid e una base infettante assai più rilevante di quella che ha dato vita alla pandemia”.

Per questa ragione, secondo l’esperto è importante avere un farmaco di facile somministrazione da usare ai primi sintomi e che possa evitare l’aggravarsi delle condizioni riducendo i ricoveri. Ma di fronte al divieto dell’Aifa il medico di medicina generale cosa può fare “se non mandare in ospedale il paziente? In più, c’è il grave rischio che chi lo ha comprato, andando oltre confine o su internet, lo usi come fosse tachipirina”. Un pericolo che va assolutamente scongiurato.

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