Eroi in corsia, ma senza tutele: la protesta degli specializzandi

Contratti precari e tasse da pagare, il paradosso dei medici specializzandi: in prima linea contro il Coronavirus, ma senza tutele

Ospedali e strutture sanitarie sono sempre più allo stremo, l’emergenza Coronavirus ha messo in ginocchio un intero sistema che – per evitare il collasso – sta ricorrendo ad ogni mezzo possibile. Così, in piena crisi, ci si appiglia alle risorse che si hanno a disposizione, reclutando non solo professionisti affermarti, ma anche chi è ancora nel pieno della propria formazione. È questo il caso degli specializzandi in medicina che, in tutta Italia, sono stati schierati in prima linea nella battaglia contro il Covid-19. Ma a fronte dei tanti sacrifici richiesti e dei rischi a cui sono esposti tutti i giorni, cosa stanno ricevendo in cambio? Niente o, per lo meno, non abbastanza.

Specializzandi in prima linea contro il Covid-19, la protesta di chi lavora senza tutele

Mancano medici e personale sanitario e così, in piena emergenza, gli ospedali hanno deciso di schierare i propri specializzandi. Lavorano fino a 12 ore al giorno – a volte anche 50 ore a settimana – e sono prevalentemente impegnati nei reparti Covid degli ospedali, perché è lì al momento che c’è più bisogno.

Sui social gli appelli e i plausi a chi sta rischiando la vita per combattere il virus fioccano, ogni giorno in tv o durante qualche intervento pubblico non c’è un politico che non rivolga a loro un ringraziamento, eppure basterebbe dare un’occhiata ai loro contratti per capire che qualcosa non sta funzionando.

Nessuna formazione e contratti precari, ma intanto gli specializzandi continuano a pagare le tasse

Da questo malcontento è partita negli scorsi giorni la protesta degli specializzandi in medicina, mandati a salvare vite senza ricevere in cambio tutte le tutele del caso. Non sono solo le protezioni che mancano, ma anche un riconoscimento contrattuale all’altezza dello sforzo che viene loro richiesto.

Dagli ospedali molti specializzandi sono stati chiamati a lavorare dopo aver firmato un contratto di collaborazione (i cosiddetti co.co.co.). Per questo motivo – come molte associazioni hanno denunciato nell’ultimo periodo – gli specializzandi non possono godere dei diritti che sarebbero spettati loro con un contratto a tempo determinato: niente tfr, indennità di rischio e nessuna parità di trattamento economico con i medici strutturati. Addio anche alle ferie: se l’assenza (non retribuita) si prolunga infatti per più di 10 giorni il contratto viene rescisso.

Viene chiesto loro di comportarsi da professionisti ma, intanto, li si tratta da collaboratori di passaggio.

Come se non bastasse, gli specializzandi hanno denunciato in queste settimane un’altra situazione paradossale, ovvero quella relativa al pagamento delle tasse universitarie. Gli Atenei sono chiusi, non frequentano le lezioni ma, a fronte di una sempre più scarsa formazione, molte Università non hanno sospeso le rette.

Oltre il danno, quindi, la beffa.

L’emendamento presentato

Il decreto legge del 9 marzo 2020 ha fatto cadere le incompatibilità previste dal contratto di formazione specialistica. Prima dell’intervento del Governo, e quindi prima dello scoppio della pandemia, al medico specializzando era proibito l’esercizio di attività libero professionale all’esterno alle strutture assistenziali in cui effettuava la formazione, così come era vietato ogni rapporto convenzionale o precario con il Servizio Sanitario Nazionale o enti e istituzioni pubbliche e private. Facevano eccezioni, in questi casi, l’esercizio della libera professione intramuraria, la guardia medica, la sostituzione del medico di base e la guardia turistica.

Con il proliferarsi del virus, come anticipato, tale incompatibilità è venuta meno, permettendo agli ospedali di ricorrere all’assunzione di nuovo personale tramite i metodi e i modi sopra esposti.

A seguito della protesta, però, sono stati presentati diversi emendamenti al Decreto Cura Italia. Tra questi si è inserita la richiesta di assunzione dei medici specializzandi del 4° e 5° con contratto a tempo determinato dalla durata di 12 mesi.

Certo, ancora oggi resta il problema della carenza di personale specializzato. Sono sempre numerosi i medici che aspirano a frequentare i corsi di specializzazione in Italia, ma sempre meno le borse di studio (solo 8 mila al prossimo test di accesso a fronte dei 22.500 candidati). Se c’è una riflessione che è inevitabile a questo punto, per cerci tratti anche doverosa, è rendersi conto che in questa situazione ci siamo finiti forse anche per chi negli ultimi anni non ha investito nello studio e non ha ritenuto fondamentale stanziare fondi per la formazione.

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