Il presidente Gimbe Cartabellotta a QuiFinanza: “La ‘non strategia’ del Governo ci porterà dritti al lockdown”

Intervista a Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbe, per fare il punto sui contagi Covid e le nuove restrizioni del Governo

Con il numero di contagi Covid in aumento e le terapie intensive degli ospedali di nuovo vicine al collasso, molti oggi sono quelli che si chiedono se, per prevenire una seconda ondata, qualcosa effettivamente poteva essere fatta meglio. 

Dpcm 18 ottobre, le nuove restrizioni riusciranno a contenere il virus? 

Sull’inasprimento delle nuove restrizioni introdotte dal Dpcm 18 ottobre si è molto discusso ultimamente. Politici e rappresentanti delle istituzioni sono più volte intervenuti sull’argomento, spesso esprimendo pareri contrastanti. La vera domanda che molti si stanno facendo arrivati a questo punto, però, è una: le nuove regole basteranno, da sole, a contenere la diffusione del virus? 

Il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta non ha dubbi: “La necessità di emanare due DPCM in una settimana conferma che il contenimento della seconda ondata viene affidato alla valutazione dei numeri del giorno con la progressiva introduzione di misure troppo deboli per piegare una curva dei contagi in vertiginosa ascesa”. Una mossa, questa del Governo, che lo stesso poi ha definito una “non strategia”, perché presa sulla base dei contagi giornalieri, senza considerare le dinamiche attuali dell’epidemia, molto diverse da quelle della prima ondata.

Il problema, secondo quanto affermato da Cartabellotta, è che i numeri riportati quotidianamente dal bollettino della Protezione Civile non rispecchiano affatto i casi del giorno, poiché dal contagio alla notifica intercorre un ritardo medio di 15 giorni: “Il tempo medio tra contagio e comparsa dei sintomi è di 5 giorni (range 2-14 giorni) mentre, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, il tempo mediano tra inizio dei sintomi e prelievo/diagnosi è di 3 giorni (settimana 7-13 ottobre), anche se potrebbe allungarsi considerando i tempi di analisi di laboratorio e di refertazione”.

La comunicazione dei nuovi casi dalle Regioni alla Protezione Civile non avviene in tempo reale: “Ad esempio, nella settimana 5-11 ottobre meno di un terzo dei casi è stato notificato entro 2 giorni dalla diagnosi, il 54% tra 3 e 5 giorni e il 14% dopo oltre 6 giorni, e tale ritardo aumenta progressivamente all’aumentare dei casi”. 

Da qui, una conclusione: gli effetti delle misure restrittive, non valutabili prima di 2-3 settimane, saranno verosimilmente neutralizzati dal trend di crescita della curva epidemica.

Intervista a Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbe 

Asintomatici, restrizioni, coprifuoco, emanazione di nuovi Dpcm: sono tutte parole che stanno diventando parte del nostro quotidiano. Sul Coronavirus e sui problemi che questa pandemia continua a trascinarsi dietro ci siamo confrontati proprio con il dottor Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbe, organizzazione senza scopo di lucro che, dal 1996, promuove l’integrazione delle migliori evidenze scientifiche in tutte le decisioni politiche con attività indipendenti di ricerca, formazione e informazione scientifica. 

Nino Cartabellotta – Presidente Fondazione GIMBE; Fonte: Ufficio Stampa Fondazione GIMBE

Dottor Cartabellotta, ha definito le misure anti Covid del Governo “troppo deboli”. Secondo lei, approvare delle misure restrittive sulla base dei contagi del giorno è una “non strategia”. Cosa dovrebbe fare allora l’Esecutivo? Su cosa avrebbe dovuto usare il pugno di ferro e su quali dati dovrebbe fare affidamento per definire le misure di contenimento, considerando le dinamiche attuali dell’epidemia in Italia? 

La necessità di emanare due DPCM nel giro di una settimana conferma che il contenimento della seconda ondata viene affidato ai numeri del giorno per “tarare” progressivamente le misure restrittive, che rimangono in ogni caso troppo deboli per piegare una curva dei contagi in vertiginosa ascesa. Peraltro, gli effetti di queste misure saranno difficilmente quantificabili perché neutralizzati sia dall’incremento esponenziale dei contagi, sia dall’ulteriore sovraccarico dei servizi sanitari dovuto alla stagione influenzale. Non essere riusciti a prevenire la risalita della curva epidemica quando avevamo un grande vantaggio sul virus oggi impone la necessità di misure di contenimento in grado di anticiparne le mosse. In relazione a situazioni epidemiologiche particolarmente critiche dovrebbero essere stabilite delle chiusure mirate, di variabile estensione geografica, dal condominio ad una intera regione, oltre che la sospensione di specifiche attività produttive o sociali. Ma tali misure devono essere pianificate su modelli predittivi ad almeno 2-3 settimane, perché la “non strategia” di inseguire i numeri del giorno con uno stillicidio di DPCM spingerà inevitabilmente il Paese proprio verso quel nuovo lockdown che dobbiamo assolutamente evitare.  

Si poteva prevenire la risalita della curva epidemica? Se sì, come? 

Al di là di un’estate vissuta con eccessiva disinvoltura e del mancato potenziamento dei trasporti pubblici in occasione della ripresa del lavoro e della riapertura delle scuole, dal punto di vista sanitario il tallone di Achille è rimasto il sistema di testing & tracing. Nonostante le risorse assegnate del Decreto Rilancio, i servizi sanitari territoriali non sono stati adeguatamente potenziati durante i mesi “tranquilli”, quando i casi settimanali erano solo 1.400. Ho più volte ribadito che la scialuppa di salvataggio della seconda ondata non potevano essere le terapie intensive, ma tutte le strategie di testing & tracing (tamponi molecolari e rapidi, app Immuni) oltre che adeguate modalità di isolamento dei soggetti positivi. In assenza di un adeguato potenziamento nella maggior parte delle Regioni, purtroppo il primo argine di contenimento, quello territoriale, è ormai crollato. 

Perché le dinamiche attuali dell’epidemia sono diverse dalla prima ondata? Il virus sta cambiando? 

Assolutamente no, non esistono evidenze scientifiche a supporto di questa tesi. Il virus è sempre lo stesso, stiamo solo vivendo una fase diversa dell’epidemia perché dal 3 giugno, con la ripresa della mobilità interregionale e la riapertura dei confini, siamo di fatto “ripartiti dal via”. Ogni confronto dei numeri attuali con quelli della fase 1 è inappropriato, spesso strumentale e non tiene conto delle dinamiche dell’epidemia, perché stiamo esplorando anche la parte sommersa dell’iceberg; mentre in primavera, in assenza screening per scovare gli asintomatici, potevamo intravederne solo la punta, ovvero i soggetti più gravi e ospedalizzati. 

Come ha spiegato, per quanto riguarda gli asintomatici, l’affanno del sistema di testing & tracing aumenta la probabilità di sottostimare i casi, ma esiste un modo per evitare l’espansione del bacino di asintomatici non isolati? O dobbiamo rassegnarci ad una accelerata ulteriormente della diffusione? 

Purtroppo il sistema di testing & tracing è ormai saltato, come certificato dall’incremento del rapporto positivi/casi testati che è passato dal 4% della settimana 30 settembre-6 ottobre (con 17.252 nuovi casi) al 10,9% della settimana 14-20 ottobre (quando sono stati registrati 68.982 casi). Le strategie per contenere l’espansione ulteriore possono essere solo affidate alla riduzione dei contatti sociali, su base volontaria o, nel peggiore dei casi, imposta per legge.  

Quali sono le sue previsioni sulle prossime settimane/mesi? 

I numeri continueranno inevitabilmente a crescere perché gli effetti delle nuove misure difficilmente saranno apprezzabili con un’ascesa così ripida della curva dei contagi e, ribadisco, non saranno comunque visibili prima di 2-3 settimane. Ci aspetta un inverno lungo e difficile, anche perché presto dovremo affrontare l’inedita convivenza tra Sars-CoV-2 e virus influenzali che complicherà ulteriormente la situazione, sia per la difficoltà di porre diagnosi differenziale sia per il sovraccarico dei servizi territoriali, dei pronto soccorso e degli ospedali. Il tutto peggiorato dalle difficoltà di poter vaccinare la popolazione attiva, non a rischio, che al momento non riesce a trovare il vaccino antinfluenzale. 

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