Coronavirus, la “bolla” dei casi sovrastimati: la scoperta di Oxford

Frammenti di Covid possono rimanere nel corpo per molte settimane dopo, anche fino a 70 giorni dopo. Ci sarebbe quindi una sovrastima dei numeri di contagio

Quella dell’Università di Oxford è una di quelle notizie che, se confermata da studi successivi, darebbe grandissima speranza nella lunga strada che porta all’annientamento del Covid.

Secondo gli studi condotti da Carl Heneghan, direttore del Center for Evidence-Based Medicine, frammenti di Coronavirus possono rimanere nel corpo per molte settimane dopo: alcuni studi arrivano persino a mostrarne la diffusione intermittente fino a 70 giorni dopo.

I test del Covid, insomma, starebbero dando alle persone risultati positivi anche quando hanno avuto il virus 70 giorni fa. Test e tamponi troppo sensibili, quindi, responsabili di restituire un quadro clinico molto diverso dalla situazione reale.

Cosa dice lo studio di Oxford

Heneghan ha detto che 8 giorni dopo aver contratto il Covid-19, le possibilità che la persona infetta trasmetta il virus “scende a zero” se non presenta sintomi. Tuttavia, i frammenti del virus possono ancora rimanere nel corpo per molte settimane dopo, fino a 70 giorni addirittura, portando a un test positivo e distorcendo il quadro reale di quante persone sono a rischio di morte a causa del virus. Quello che serve è trovare i soggetti con infezione attiva e non quelli con i frammenti di RNA.

Il Covid-19 viene diagnosticato tramite un test del tampone. Sebbene il test possa indicare se una persona ha il virus presente nel proprio corpo, non può dire se è in una fase infettiva o con quale probabilità venga trasmesso. Una persona che emette una grande quantità di virus attivo e una persona con frammenti residui di un’infezione che non è più trasmissibile riceverebbero entrambi un risultato positivo del test.

“Gli asintomatici potrebbero aver avuto l’infezione da 6 a 8 settimane prima e stanno ancora diffondendo il virus in modo intermittente, cosa che possiamo sapere attraverso le feci e i campioni respiratori”, ha spiegato Heneghan. “È incredibilmente importante ottenere dati estremamente accurati in modo da poter capire se l’infezione sta aumentando o diminuendo. Al momento ciò che stiamo rilevando è un sacco di confusione sui dati”.

Mentre in Italia si scopre che i piani pandemici erano stati di fatto ignorati, il governo inglese, secondo lo studio di Oxford, deve adottare un “approccio molto più sfumato” per interpretare i numeri di infezione. L’avvertimento arriva dopo che i picchi nei casi in tutto il Regno Unito hanno portato a chiusure e lockdown locali, nonostante il mancato aumento dei ricoveri ospedalieri, portando le persone a chiudersi, dice la ricerca, inutilmente in quarantena.

Questa è una parte della spiegazione”, perché vengono identificati più casi ma i ricoveri ospedalieri non stanno aumentando, dato da combinare a quello dell’età media dei contagiati che scende colpendo i più giovani ma non in maniera grave.

Quanto sono sensibili i tamponi

Mentre esplode lo scandalo dei falsi positivi a causa dei test errati dei kit forniti dall’azienda cinese, secondo le linee guida del Governo, i test del Coronavirus devono essere sensibili solo all’80%, sebbene sia “accettabile” il 95% e “auspicabile” invece il 99%. Questo fornisce un tasso di falsi negativi compreso tra il 20% e il 3%, e un tasso di falsi positivi compreso tra il 5% e meno dell’1%.

Un rapporto per Sage del Government Office for Science a giugno ha stimato che il tasso di falsi positivi potrebbe raggiungere il 2,3%, fornendo una precisione del 97,7%. Una recente revisione di BMJ ha suggerito che il tasso di falsi positivi potrebbe essere anche peggiore, circa il 5%, dando una precisione del 5%.

La chiave è capire quale quantità di virus dice che la persona è ancora contagiosa. Quando viene stabilito questo punto limite, solo coloro che trasportano quantità sufficienti di Covid-19 per renderli un rischio di trasmissione saranno considerati positivi per il virus. Nel frattempo, coloro che hanno frammenti del virus rimasti da una vecchia infezione non dovranno mettersi in quarantena.

Non tutti gli scienziati concordano però con i risultati di Oxford. Secondo alcuni, creare un test meno sensibile ai vecchi frammenti di virus potrebbe rischiare di portare alcuni casi infettivi sotto la soglia di attenzione, e quindi non verrebbero rilevati.

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