Appendino condannata ma non si dimette: cos’è il caso Ream e cosa succede adesso

Chiara Appendino, sindaca di Torino, è stata condannata in primo grado a sei mesi nell'ambito del cosiddetto processo Ream per falso ideologico in atto pubblico

Nello stesso giorno in cui il Movimento 5 Stelle registra la vittoria al “suo” referendum sul taglio dei parlamentari, ma in contemporanea un clamoroso quanto atteso flop alle elezioni regionali, una delle più illustri rappresentanti dei 5S locali riceve una condanna che, anche politicamente, assume tinte molto forti.

La condanna a Appendino

Chiara Appendino, sindaca di Torino, è stata condannata in primo grado a sei mesi (con sospensione condizionale della pena) nell’ambito del cosiddetto processo Ream per falso ideologico in atto pubblico. I pm avevano chiesto per lei un anno e due mesi.

Sono invece cadute le due accuse di falso e abuso d’ufficio, reato questo che, in caso di condanna, avrebbe decretato la sua decadenza da sindaca in virtù degli effetti della legge Severino. Uguale condanna a sei mesi è stata comminata anche all’assessore comunale al Bilancio, Sergio Rolando. Otto mesi, invece, all’ex capo di Gabinetto Paolo Giordana.

Il processo, con rito abbreviato, si riferisce alla mancata posizione al primo bilancio dell’amministrazione di un debito di 5 milioni maturato dalla città di Torino nei confronti della società Ream per la vicenda del progetto di riqualificazione dell’area industriale ex-Westinghouse che avrebbe dovuto portare alla realizzazione di un grande centro congressi. Ream è una società partecipata di Fondazione CRT, che nel 2012 aveva acquisito i diritti di prelazione per il progetto e aveva versato al Comune una caparra di 5 milioni di euro appunto.

Le indagini erano partite a luglio 2017 dopo un esposto presentato dal Pd e da una lista civica, seguito da una denuncia del Collegio dei revisori.

La vicenda Ream

Una vicenda travagliatissima quella dell’area ex Westinghouse: progetto nato durante l’era Fassino, rimasto bloccato da ricorsi amministrativi, crac finanziari e processi penali che hanno coinvolto i vertici della nuova amministrazione grillina, nel 2012 Ream acquisì i diritti di prelazione e versò al Comune la caparra di 5 milioni di euro.

Dopo si decise di affidare il progetto ad altri, quindi il Comune avrebbe dovuto restituire i 5 milioni a Ream, ma la somma non fu mai né versata né segnalata nel bilancio. E poi arriva anche il colpo di scena. La società detenuta dalle fondazioni bancarie piemontesi, in particolare Crt e CrAsti con il 30,4% a testa, è tornata in campo pronta a investire ancora su quell’area, assieme a Esselunga e Politecnico di Torino.

La difesa di Appendino

Appendino ha subito commentato che porterà a termine il suo mandato da sindaca in attesa del giudizio in appello, ma come previsto dal codice etico del M5s si autosospenderà dal gruppo. Niente esitazioni dunque, niente dimissioni.

Scrive Appendino su Facebook, strumento prediletto per comunicare direttamente con i cittadini: “Le accuse mosse alla sottoscritta, all’assessore al Bilancio, al mio ex capo di gabinetto e al direttore finanziario del Comune erano di aver imputato nell’esercizio di bilancio sbagliato una sorta di “debito” atipico di 5 milioni di euro del Comune nei confronti della società Ream, generato nel 2012. Noi l’abbiamo iscritto, d’accordo con la società Ream, nel 2018, scelta per la quale anche la Corte dei Conti, pur sollecitata da più fronti, non ha mai mosso alcun rilievo. Secondo la Procura, invece, questo debito andava iscritto nel bilancio 2016”.

La Gup ha invece validato la tesi della Procura, emettendo sentenza di condanna per falso in atto pubblico per il bilancio 2016 mentre Appendino è stata assolta, dalla stessa accusa, per il bilancio 2017 perché il fatto non sussiste.

La sindaca M5s (che precisa che “come è evidente anche dalle carte processuali, non ho tratto alcun vantaggio personale, anzi: l’accusa, nella sostanza, era di aver ingiustamente ‘avvantaggiato’ il Comune”) fa sapere che ricorrerà in appello, “certa della mia innocenza e della mia assoluta buona fede. Non ho mai avuto alcun problema a risanare un bilancio ‘disastrato’ come quello ereditato, anche con manovre impopolari. Questa cifra, definita dal perito “peanuts”, noccioline (parliamo di meno dello 0,4% del bilancio dell’Ente), poteva anche essere inserita nel bilancio 2016, senza portare in dissesto l’ente, sempre a detta dei periti”.

E ancora: “Non avrei mai avuto, dunque, il movente per commettere intenzionalmente il falso. Semplicemente, in un quadro normativo molto complesso e in una situazione definita dai periti ‘unicum’, ‘peculiare’ e ‘eccezionale’, abbiamo scelto di imputarla al 2018 perché ritenevamo fosse la scelta giusta da fare alla luce delle informazioni in nostro possesso e degli accordi intercorsi. Se è stato fatto questo errore, ribadisco che è stato fatto in assoluta buona fede e senza alcuna volontarietà di commettere il falso”.

La reazione del M5s torinese

Il Movimento 5 Stelle torinese è compatto, vicino alla sindaca: “Siamo sempre stati convinti della buona fede dell’azione amministrativa di Appendino e lo siamo ancora. Per questo attendiamo di vedere le motivazioni della sentenza nella speranza di capire come mai la restituzione e le modalità in cui è stato generato il debito con Ream abbiano destato interesse solo sotto questa amministrazione, dal momento che quel debito risale al 2012. Non vogliamo credere che si tratti di una sentenza politica in vista delle elezioni del 2021, per questo ci auguriamo che si possa fare presto luce su tutta la vicenda, sin dalle sue origini”.

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