Camera, meno deputati ma stessi costi: cosa succede

Nonostante il taglio dei deputati, diminuiti da 630 a 400, i costi alla Camera sono sempre gli stessi: ecco cosa si evince dal bilancio

La XIX legislatura passerà alla storia per la Repubblica Italiana, con una serie di coincidenze che hanno portato il governo Meloni a essere l’esecutivo delle “prime volte”. Se infatti con l’insediamento dello scorso 22 ottobre Giorgia Meloni è diventata il 31° presidente del Consiglio e la prima donna in assoluto a conquistare la massima poltrona di Palazzo Chigi, una pagina negli annali l’ha conquistato anche il Parlamento che, per la prima volta, ha subito un taglio nel numero dei componenti.

Quello insediatosi a ottobre, infatti, è il primo Parlamento dalla riforma del taglio di deputati e senatori, con i numeri alla Camera che sono scesi da 630 a 400 mentre al Senato da 315 a 200 per un totale di 600 parlamentari. Ma nonostante ciò, contro ogni logica, i costi per le casse dello Stato sarebbero sempre gli stessi, soprattutto a Montecitorio (qui vi abbiamo parlato di Lorenzo Fontana, nuovo presidente della Camera).

Taglio deputati, la Camera resta ricca

Stando all’ultimo Bilancio deliberato dall’Ufficio di presidenza di Montecitorio, infatti, nonostante il taglio dei deputati i costi della Camera sulle casse statali restano gli stessi. Se al via ci si è presentati con un terzo di componenti in meno, un taglio netto che avrebbe fatto pensare a un logico ritorno economico e risparmio sulla spesa, contro ogni aspettativa non è stato così.

Come sottolineato dal Corriere della Sera, infatti, andando ad analizzare il bilancio sono stati trovati una serie di artifizi che alla Camera sono serviti per mantenere inalterata la cifra percepita. Se dopo il taglio le aspettative erano quelle di veder calare la spesa di 943 milioni di euro, diversi sono i fatti. Non solo la cifra è stata confermata per la legislatura appena nata, ma è stata “rinnovata” anche per i futuri 2023 e 2024.

Il taglio di 230 posti, quindi, non avrebbe inficiato nei guadagni di deputati e partiti che, come riferito dal quotidiano, hanno trovato il modo per tenere a bilancio gli ingressi pre-riforma.

Il ritocco dei conti alla Camera

Infatti, si continua a leggere sul Corriere, nel Bilancio deliberato dall’Ufficio di presidenza di Montecitorio e firmato dall’allora presidente Roberto Fico si è deciso di mantenere invariata la “dotazione” dello Stato con i 943 milioni di euro percepiti dalla Camera, ma con una distribuzione diversa. Se a diminuire è stata l’indennità dei parlamentari, passata da 145 milioni del 2022 ai 93 del 2024, l’escamotage per mantenere inalterata la cifra sta nei contributi ai gruppi per rimpinguare le casse.

Il budget, infatti, resta lo stesso rispetto ai tempi dei 630 deputati, un passato recente che si proietterà nel futuro: 30,8 milioni. Nella vecchia legislatura, calcolatrice alla mano, per ogni deputato venivano erogati circa 49.000 euro, ora con 400 seggi e col tesoretto inalterato saranno ben 77.000 euro a testa con i partiti che sorridono e incassano di buon grado la cifra che avrebbe dovuto subire una netta riduzione visti i 230 posti in meno occupati in Aula (qui invece vi abbiamo parlato della polemica su Giorgia Meloni e la figlia).

L’epoca dei privilegi è finita” diceva Fico quattro anni fa nell’insediamento alla presidenza della Camera sottolineando che il taglio dei parlamentare sarebbe stato “il primo passo” di tante riforme volte a rendere snello e sostenibile per le casse dello Stato. Ma nella previsione pluriennale firmata negli scorsi mesi non c’è traccia di questa intenzione.