TTIP: gli USA pronti agli accordi di libero scambio?

Il trattato commerciale fra Stati Uniti e Unione Europea rappresenta uno dei perni della politica economica del Presidente Obama

Il trattato commerciale fra USA-EU rappresenta uno dei cardini della politica economica di Obama

Nelle scorse settimane, violente convulsioni hanno agitato la minoranza democratica al Congresso degli Stati Uniti in occasione del voto intorno all’adozione della procedura semplificata (fast track) per il negoziato del TPP (Trans-Pacific Partnership), il trattato commerciale fra gli Stati Uniti e un eterogeneo gruppo di Paesi della regione dell’Asia-Pacifico (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam) che – insieme al TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), il trattato commerciale fra Stati Uniti e Unione Europea — rappresenta uno dei perni della politica economica del Presidente Obama. Più che l’esito delle votazioni (che hanno portato all’adozione a stretta maggioranza fast track) il dato eclatante è stato l’emergere in più occasioni di strana alleanza fra le componenti conservatrici del Partito repubblicano, da sempre contrarie alla definizione di rapporti commerciali privilegiati, e frange del Partito democratico la cui ostilità nei confronti di quest’ultimo si è accentuata nel corso degli ultimi mesi su una serie di punti specifici.

Il contenzioso riguarda anzitutto le ricadute occupazionali dell’accordo. Secondo i suoi critici, il TPP, anziché stimolare l’occupazione interna aprendo i ricchi mercati asiatici alle esportazioni statunitensi, finirebbe, piuttosto, per rafforzare la presenza sul mercato USA dei beni provenienti dai Paesi asiatici e per favorire i processi di delocalizzazione già avviati da tutte le maggiori imprese. Secondo uno dei più accesi critici dell’accordo, il senatore Bernie Sanders (I-VT), oggi in corsa per la nomination democratica, esso si inserirebbe, in questo senso, in una ‘striscia negativa’ avviata con la stipula del NAFTA nel 1992, proseguita con la normalizzazione delle relazioni commerciali con la Cina nel 2000 e culminata nell’accordo di libero scambio con la Corea del Sud del 2012. Da altre parti sono stati inoltre evidenziati gli effetti negativi che la stipula del TPP avrebbe sulla qualità dei prodotti venduti sul mercato statunitense, sulla normativa in materia di tutela ambientale, sulla protezione della proprietà intellettuale, sulla possibilità di redistribuire contenuti digitali e su una lunga serie di altre questioni.

Paradossalmente, molte di queste critiche sembrano ricalcare quelle che in Europa sono state rivolte al TTIP. In entrambi i casi, esse sembrano legarsi al timore di affrontare, in uno spazio economico comune, concorrenti considerati avvantaggiati da minori vincoli normativi nel campo della tutela del lavoro come in quello della tutela del consumatore. La scarsa informazione intorno al contenuto e al progresso dei negoziati, non disgiunta da un certo ‘esotismo’ dei temi trattati, ha così contribuito a dare al dibattito una forte connotazione emotiva. Anche da questa parte dell’Atlantico, tuttavia, le cose sembrano procedere.

L’8 luglio il Parlamento Europeo ha approvato – con 436 voti a favore, 241 contrari e 32 astensioni – il rapporto del relatore socialdemocratico Lange contenente le raccomandazioni indirizzate alla Commissione europea per il prosieguo delle trattative, mentre il 17 luglio successivo si è chiusa la decima tornata di incontri fra i rappresentati del governo statunitense e quelli della UE.
Su vari punti le parti rimangono lontane, ma appare difficile pronosticare un esito negativo per un progetto intorno al quale parecchi, a Washington e a Bruxelles, hanno investito una parte notevole della propria credibilità politica.

A cura di Gianluca Pastori
Docente nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

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