Crolla la Borsa di Atene, Tsipras ha le mani legate. Cosa accadrà ora?

Ora il neo premier greco è dinanzi al dilemma: trattare con l'Ue o romprere definitivamente?

Tsipras di fronte alla scelta tra radicalismo e pragmatismo

 

Alexis Tsipras, il primo ministro greco uscito netto vincitore alle elezioni politiche, si trova davanti a un dilemma interessante: è meglio abbandonare le promesse della campagna elettorale, essere ragionevole nelle trattative con l’Unione Europea o essere radicale e stendere la Commissione Europea con un jab sinistro?

La sinistra italiana sembra incoraggiare Syriza, il partito di Tsipras, al radicalismo. Luciana Castellina – esponente storica de Partito Comunista italiano – ha detto che assistere agli straordinari eventi ateniesi equivale a “farsi una canna politica”. La Castellina forse non lo sa, ma sua figlia, Lucrezia Reichlin, docente di Economics alla London Business School, è a favore di una negoziazione volta a ridurre il debito greco. L’economista, già capo della ricerca economica alla Bce, in passato ha sostenuto che una proposta credibile da parte di un paese fortemente indebitato non deve basarsi su una semplice rinuncia unilaterale agli obblighi di pagamento del debito, poichè ciò equivarrebbe a perdere l’accesso al mercato. E la Grecia solo a marzo ha in scadenza e da rifinanziare 4,3 miliardi di euro (28 miliardi € nel 2015). Siccome sarà molto difficile ipotizzare – per la contrarietà dei Paesi EU – una ristrutturazione del debito con un taglio (haircut) equo (fair) del debito greco, Tsipras può proporre un allungamento delle scadenze o un taglio degli interessi, da indicizzare alla crescita economica (come in passato è stato fatto con l’Argentina).

Se non si dà una sforbiciata al debito, la Grecia si troverebbe ad avere un avanzo primario (entrate-uscite senza contare gli interessi sul debito) pari al 5% del pil per anni solo a beneficio dei creditori esteri (un caso di ‘slave economy’). Il rendimento dei titoli di Stato greci, che pagano un ampio spread nei confronti di tutti i benchmark europei (ieri il decennale è salito di 40 punti base fino a rendere il 9,21%), sconta questo scenario, apparentemente condiviso anche dal Fondo monetario internazionale. In questo modo verrebbe data anche una “punizione” ai creditori che in un’economia di mercato devono pagare dazio per gli errori di valutazione del merito di credito. Deve esserci deterrenza al credito facile, altrimenti l’azzardo morale vince.

Tsipras ha le mani legate. E’ costretto ad un accordo con l’Eurozona. Non a caso, appena uscito vincitore, ha fatto sapere di voler mantenere la Grecia in Europa e di non voler ripudiare il debito. Inoltre le banche greche fanno affidamento sui finanziamenti concessi dalla Banca centrale europea, che non intende concedere nuovi finanziamenti – con collaterale di garanzia, ossia titoli di stato greci, con rating inferiore all’investment grade (BBB-) – in assenza di un programma di riforme serie.

Una volta incaricato a formare il governo, il primo ministro ha scelto ministri pro-euro nei ruoli chiave. A Bruxelles hanno tirato un sospiro di sollievo. All’Economia è andato George Stathakis, che prima delle elezioni era stato inviato dal partito a Londra per spiegare al mondo della finanza che Syriza non ha nessuna intenzione di tornare alla dracma. Alle finanze, ruolo delicatissimo, ci sarà Yanis Varoufakis, professore di Economic Theory ad Atene e all’Università di Austin in Texas. Tutti e due sono dell’idea che Atene ha bisogno di un netto taglio del debito (pari al 174% del Pil) –  ma pure convinti che questo percorso andrà seguito tenendo il paese ancorato alla moneta unica.

Il taglio di debito o interessi o allungamento delle scadenze al tavolo negoziale sarà per forza di cose condizionato, ossia la Commissione europea, la Bce e il Fmi chiederanno impegni scritti (con enforcement) sui programmi di riforma. Quindi le promesse di Tsipras – aumentare le pensioni, i salari dei dipendenti pubblici, sussidi in bolletta ai più bisognosi – saranno ben difficili da mantenere. Tsipras potrà viceversa attaccare l’evasione fiscale (ancora diffusa) e qualche oligarca (tra gli armatori, per esempio). Come in Italia le liberalizzazioni le ha fatte la sinistra (Bersani e le “lenzuolate”), così in Grecia Tsipras potrà, con la scusa di attaccare le oligarchie economiche, rendere il mercato più snello, come “meno lacci e lacciuoli”.

A cura di Beniamino Piccone
Docente di Sistema Finanziario e Private banker

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