PROMO

Stati Uniti, Europa e i dilemmi della lotta al terrorismo globale

Rispetto alle fasi iniziali della ‘Global War on Terror’ le posizioni delle parti sembrano essersi invertite. Oggi è l’Europa la prima a farsi promotrice della necessità di un’azione volta a contrastare ‘con ogni mezzo’ la minaccia del terrorismo

E’ passato quasi un mese dagli attentati che hanno colpito la metropolitana e l’aeroporto di Bruxelles e – al di là dei primi momenti – l’onda emotiva dei fatti sembra essere stata assai minore rispetto a quella che -nel novembre precedente – aveva fatto seguito agli attacchi terroristici di Parigi. Un indicatore significativo di questo stato di cose è il fatto che, nelle scorse settimane, poche voci si sono sentite in favore di un intervento militare contro quello che è stato ripetutamente additato come il “mandante lontano” di entrambi gli eventi: lo Stato Islamico / Da’esh, le cui fortune, negli ultimi mesi, appaiono, peraltro, in calo.

Washington per prima ha assunto un postura cauta rispetto alla possibilità di un accresciuto coinvolgimento in una ‘guerra’ che l’amministrazione Obama è sempre stata restia a dichiarare. Ciò non vuole dire che gli anni della presidenza democratica abbiano visto la fine della ‘Global War On Terror’ (GWOT) lanciata da quella repubblicana dopo gli eventi dell’11 settembre 2001. Quelli che sembrano cambiati sono, piuttosto, i modi con cui questa guerra è condotta e la visibilità che la Casa Bianca ha scelto di darle. Alla ‘muscolarità esibita’ degli anni di George W. Bush si è sostituito un approccio più cauto, basato più che su azioni spettacolari contro bersagli ad alta visibilità su un’azione da un lato forse meno evidente, dall’altro certo più diffusa.

Questa evoluzione non è stata priva di ricadute sui rapporti con l’Europa. Se, negli anni dell’amministrazione Bush (2001-2009), era stato il suo interventismo – percepito come eccessivo e unilaterale – a scavare un fossato profondo fra le due sponde dell’Atlantico, oggi sono piuttosto la debolezza e le esitazioni percepite nella risposta di Washington ad alimentare lo stesso senso di estraneità.
Le responsabilità imputate agli Stati Uniti per il deterioramento della situazione in Libia; la postura defilata assunta nelle operazioni per il contenimento dello Stato Islamico/Da’esh in Iraq e in Siria; il contrasto che tali scelte hanno prodotto a confronto di quelle della Russia ‘neo-imperiale’ di Vladimir Putin (un contrasto, peraltro, evidente soprattutto in quello che è stato il ‘sentimento diffuso’ delle vicende) sono alcuni degli elementi che hanno concorso alla formazione di questo stato d’animo. Essi rappresentano un’eredità pesante soprattutto nel quadro di una campagna presidenziale come quella oggi in corso, caratterizzata da un sostanziale disinteresse per i temi dell’Europa e del rapporto Europa-Stati Uniti. Al di là dell’impressione che se ne può avere nel Vecchio Continente, negli Stati Uniti le scelte ‘di basso profilo’ di Barack Obama paiono, infatti, godere il favore dell’opinione pubblica, un favore che si esprime anche nella posizione dei candidati in corsa per la Casa Bianca.

Quello della risposta alla minaccia terroristica rappresenterà quindi, in futuro, un nuovo ambito di frizione fra Europa e Stati Uniti?
Al di là delle petizioni di principio, la issue è stata, sinora, fortemente divisiva, anche se rispetto alle fasi iniziali della ‘Global War on Terror’ le posizioni delle parti sembrano essersi invertite. Oggi, dopo la scoperta di una vulnerabilità largamente inattesa, è l’Europa la prima a farsi promotrice della necessità di un’azione decisa – se del caso militare – che esprima la propria volontà di contrastare ‘con ogni mezzo’ quella che è sempre più largamente vissuta come una minaccia ‘totale’ alla sua identità, ai suoi valori e alle forme con cui essi si manifestano.
L’assenza di una capacità militare credibile, unita alle difficoltà che l’Europa continua a sperimentare nel suo sforzo di ‘parlare con una sola voce’, rende tuttavia ineludibile il problema di quale rapporto mantenere con degli Stati Uniti sempre meno disposti ad agire come ‘gendarmi del mondo’. Per l’Italia, poi, il problema assume connotazioni particolari nella misura in cui la ricerca di un legame privilegiato con Washington è stata sempre la via maestra per compensare la sua debolezza nei riguardi dei partner europei. Una debolezza che, negli ultimi tempi, non sembra essere diminuita e che, al contrario, sembra emergere con più forza proprio intorno ai temi della sicurezza nazionale e globale.

A cura di Gianluca Pastori
Docente nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

LEGGI ANCHE

 

© Italiaonline S.p.A. 2021Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963

Stati Uniti, Europa e i dilemmi della lotta al terrorismo globale