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Russia, Europa e Usa: i nuovi equilibri geopolitici penalizzano l’Italia

Russia, Stati Uniti e gli equilibri di un'Europa che si muove in ordine sparso. Sanzioni e gas segnano l'ago della bilancia e spostano il baricentro europeo a Est

Dopo quasi due anni di inattività, il 20 aprile si è tenuto un nuovo incontro del NATO-Russia Council, l’organo istituito nel 2002 a Pratica di Mare come foro di cooperazione tecnica e politica fra l’Alleanza Atlantica e Mosca e congelato nell’estate 2014 a seguito degli sviluppi della crisi ucraina. Anche se non del tutto negativi, gli esiti dell’incontro non sono stati quelli che da qualche parte si auspicava. Come ha osservato il Segretario generale della NATO, Stoltenberg, le differenze fra gli interlocutori restano profonde, in primo luogo proprio sulla situazione in Ucraina e sullo status della Crimea, annessa da Mosca nella primavera 2014 con un atto che la NATO continua a considerare illegale e contrario al diritto internazionale. Se e in che tempi l’incontro di Bruxelles permetterà di uscire da questa situazione di stallo è una domanda che avrà risposta solo nelle prossime settimane. Quella che emerge soprattutto dal dibattito dei giorni precedenti l’incontro è, tuttavia, la frattura sempre più profonda che pare separare, in Europa, quanti vedono con favore un ‘restart’ dei rapporti con la Russia e quanti – in primo luogo gli ex membri del Patto di Varsavia – guardano a una simile eventualità con una preoccupazione nemmeno troppo celata. Questa preoccupazione non si lega soltanto al timore per le possibili mire espansionistiche della Russia ‘neo-imperale’ di Vladimir Putin. Al contrario, proprio le tensioni alimentate dal perdurare della crisi ucraina e delle cattive relazioni con Mosca hanno dato nuovo impulso a un processo già avviato da qualche tempo e che ha visto i Paesi dell’Europa centro-orientale acquistare un peso crescente tanto nei confronti degli Stati Uniti quanto degli altri Paesi europei.

Chi vince e chi perde in questo gioco di potere? Sicuramente, la nuova importanza che i Paesi dell’Europa centro-orientale hanno ottenuto è andata in larga misura a scapito di quelli mediterranei. Ciò è particolarmente evidente all’interno dell’Alleanza Atlantica; la scelta di Varsavia come sede del prossimo vertice dei Capi di Stato e di Governo dei Paesi membri, ad esempio, è indicativa dell’importanza assunta dalla Polonia, Paese le cui ambizioni sono gradualmente cresciute e che, soprattutto durante l’amministrazione di George W. Bush, ha sviluppato un solido legame con gli Stati Uniti. Anche sul piano economico gli assetti europei appaiono cambiati, anche in questo caso a causa della fase di tensione che i rapporti con Mosca stanno attraversando. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, le sanzioni introdotte dopo l’inizio della crisi ucraina hanno portato a una contrazione dell’economia russa compresa fra l’1 e l’1,5%; tuttavia, esse hanno comportato costi rilevanti anche per i Paesi che le hanno adottate e, fra questi, in modo particolare, per quelli come l’Italia, che con la Russia intrattenevano rapporti più stretti. Il dibattito si è acceso nelle settimane passate intorno alla questione del rinnovo delle misure adottate ha portato ancora una volta alla luce la frattura che divide i Paesi ‘dialoganti’ (come Italia, Grecia) o apertamente ostili alle sanzioni (Ungheria) da quelli più rigidi, come la già ricordata Polonia o le repubbliche baltiche di Estonia, Lettonia e Lituania. Le divisioni che attraversano l’UE su altre delicate questioni contribuiscono a accentuare questa frattura, così come contribuisce ad accentuarla l’apparente mancanza, in seno alla stessa UE, di una leadership efficace e condivisa.

Dietro al consenso di facciata, ciò che sembra prevalere – nella relazioni con Mosca – è un’Europa che si muove ‘in ordine sparso’. Le evoluzioni nel settore energetico (che da sempre rappresenta, allo stesso tempo, uno dei maggiori punti di convergenza e uno dei maggiori punti di frizione nelle relazioni fra Russia ed Europa) rischiano di accentuare ulteriormente questa tendenza. La scoperta di importanti giacimenti di shale gas in Germania, Polonia, Romania e Bulgaria, oltre che nell’Ucraina occidentale, potrebbero modificare in maniera significativa il grado di autonomia di questi Paesi, influenzando direttamente  – almeno per alcuni di loro – l’atteggiamento da tenere sia verso la Russia, sia verso gli altri partner europei. Questi sviluppi rischiano di andare a scapito soprattutto dell’Italia.  Al di là dei costi che le sanzioni nei confronti di Mosca hanno avuto dal momento della loro introduzione, il ridimensionamento del ruolo della Russia sullo scenario energetico europeo rischia, infatti, di avere importanti ricadute per un Paese che della ricerca di un rapporto privilegiato con Gazprom aveva fatto uno dei suoi punti di forza. Dal punto di vista italiano, l’abbandono del progetto South Stream da parte di Mosca ha costituto non solo una perdita secca in fatto di possibilità di approvvigionamento ma, soprattutto, una messa in discussione del suo tradizionale ruolo geopolitico. Intanto, la stessa Gazprom ha avviato trattative per un potenziamento di Nord Stream fra i giacimenti di Vyborg e la Germania settentrionale. Un ulteriore segnale di come – anche in campo energetico – il baricentro di un’Europa sempre più conflittuale sembri volersi allontanare da quello che torna ad essere percepito come il “ventre molle” del Mediterraneo.

A cura di Gianluca Pastori
Docente nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

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