La rinascita economica del Portogallo e cosa può insegnare all’Italia

Dopo anni di crisi e recessione, il Portogallo ora è sinonimo di rinascita economica senza precedenti

Fino a pochi anni fa Portogallo era sinonimo di crisi economica, debito pubblico alto e rischio di bancarotta. Oggi invece il Paese affaccio europeo sull’Oceano sta vivendo una rinascita economica senza precedenti.

Sono bastati 7 anni per portare il Portogallo a ridurre il deficit pubblico allo 0,5% del Prodotto Interno Lordo: un dato che non si vedeva dalla Rivoluzione dei garofani e dalla fine della dittatura a metà degli anni Settanta. Il disavanzo attuale risulta di 913 milioni di euro su un Pil di circa 200 miliardi di euro e solamente nel 2017 si parlava di un deficit pari a 5,77 miliardi, circa il 3% del Pil. La strada del Portogallo porta sempre più al pareggio di bilancio.

Mario Centeno, ministro delle Finanze portoghese e presidente dell’Eurogruppo, nel quale si riuniscono i ministri delle Finanze e dell’Economia europei, ha dichiarato: “Il Portogallo è riuscito a conquistare un livello di credibilità che non aveva mai avuto. Per il terzo anno consecutivo abbiamo rispettato gli impegni di bilancio e quindi gli accordi europei sul risanamento dei conti pubblici: è la prima volta che questo avviene”.

La credibilità d’altronde è per il Portogallo una carta importante: il Paese ha infatti ancora un debito pubblico pari al 120 per cento del Pil ed è monitorato nel mercato internazionale dagli investitori. In più, ad ottobre ci saranno nuove elezioni a Lisbona e l’attuale governo, che registra oltre il 50% dei consensi, non si sottrae dal sottolineare i meriti dell’azione socialista: “Abbiamo riavviato un meccanismo virtuoso che partendo dalla crescita, dai conti pubblici e dalla conseguente credibilità ha moltiplicato la fiducia dei mercati che si è tradotta in una riduzione dei tassi di interesse ai minimi storici”.

Da quando Antonio Costa, con il suo partito, ha ottenuto la maggioranza, ha scelto di applicare una politica fatta di tagli e risparmi: la pressione fiscale ha toccato nel 2018 il massimo storico, con il 35,4%, salendo di un punto percentuale in un anno. Il calo del deficit non è però solo merito del governo socialista: già il precedente governo aveva fatto uscire il Paese dal programma internazionale di aiuti, dopo i 78 miliardi di euro dati in prestito dall’Unione Europea nel 2011. Lo stesso governo conservatore aveva ridotto il deficit, che era salito all’11% durante la crisi.

Il merito del governo socialista è stato quello di mettere in atto una efficace spending review, un processo che mira a ottimizzare la spesa pubblica, sostenendo i redditi delle famiglie delle classi medio-basse e investendo nel settore tecnologico ed energetico, attirando gli interessi degli investitori stranieri, tra cui anche la Cina. A giocare a favore del governo, è stata anche l’alleanza dei partiti di sinistra ed estrema sinistra, che hanno creato largo consenso tra la popolazione. In più, il Portogallo ha utilizzando la ripresa globale per portare fuori il Paese da una lunga recessione. L’economista Elie Cohen ha spiegato: “In un’unione monetaria, quando non è possibile avviare un percorso di aggiustamento attraverso la svalutazione della moneta, e l’ipotesi di una ristrutturazione del debito viene esclusa, la svalutazione interna diventa necessaria e brutale. Richiede un ciclo di contrazione della crescita, della domanda interna e un aumento della disoccupazione”.

È così che il Portogallo ha utilizzato lo strumento della “svalutazione interna“, nel quale la riduzione di prezzi e salari nel Paese in crisi consente di ritrovare competitività. In questo modo Lisbona ha rilanciato le esportazioni, che oggi rappresentano il 40% del Pil. Le produzioni locali e artigianali hanno trovato nuovi equilibri e si sono sviluppate attività più innovative, mentre costruzioni, turismo e agevolazioni fiscali per determinati gruppi sociali hanno contribuito alla ripresa.

Se dal modello Portogallo l’Italia può prendere spunto, rimane comunque un prezzo che il Paese sta pagando. Per rassicurare i partner europei e intervenire sulle pensioni come aveva promesso, il governo ha dovuto tagliare in modo pesante gli investimenti pubblici. Nel 1960 gli investimenti nel pubblico rappresentavano il 5,4% del Pil, mentre nel 2016 è sceso all’1,6% per tornare a poco sopra il 2% nel 2018. Stando al Fondo Monetario Internazionale, il Portogallo ha investimenti nel pubblico per il -1,2% del Pil, il livello più basso in Europa, al di sotto anche di Grecia, Spagna e Italia. La cifra negativa significa che il Paese spende in investimenti meno di quanto dovrebbe per poter ripagare il deprezzamento dei beni pubblici, intervenendo ad esempio contro il degrado del tempo.

La situazione potrebbe però peggiorare: secondo i dati, l’Europa si sta avvicinando ad un nuovo periodo di recessione e il Portogallo potrebbe di nuovo dover fare tagli consistenti su investimenti già deboli. E gli effetti negativi sul futuro del Paese potrebbero essere inevitabili.

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