Referendum, il ‘No’ fa tremare il governo. Possibili effetti

I risultati della consultazione del 20 e 21 settembre incideranno sulla tenuta della maggioranza, schierata per il Sì.

Era inevitabile, ed ora che siamo a pochi giorni dal referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari la politicizzazione del quesito appare in tutta la sua chiarezza. Perché oltre che sull’architettura parlamentare, il referendum rischia di avere serie ripercussioni sul governo, cosa di cui sono consapevoli tutti i soggetti politici. Tanto che non è improbabile trovare nei corridoi di palazzo chi voterà SI controvoglia e chi voterà NO dopo aver votato affermativamente durante l’iter parlamentare.

Governo a rischio
Al di là dell’impatto sulle attività parlamentari, che si vedrebbero soltanto dopo un eventuale scioglimento anticipato delle Camere o alla conclusione naturale della legislatura (marzo 2023), è il governo in carica ad essere particolarmente ‘esposto’. Perché tra l’ultimo via libera del Senato e quello della Camera è avvenuto il cambio di Governo: dal primo esecutivo guidato da Giuseppe Conte e sostenuto da M55 e Lega al secondo affidato ancora a Conte ma con il Pd al posto del partito di Matteo Salvini, che ha staccato la spina convinto di passare all’incasso e poi spiazzato dalla formazione della nuova maggioranza. Ciò ha portato ad una deflagrazione che ha finito per cambiare le carte in tavola anche sul referendum.

Conte prudente
Il Presidente del Consiglio ha espresso la propria posizione lo scorso 9 agosto: “Voterò a favore del taglio dei parlamentari”, spiegando così la sua posizione: “Se si passa da 945 a 600 parlamentari non viene assolutamente pregiudicata la funzionalità del Parlamento”. La vittoria del SI avrebbe l’effetto di puntellare il Governo, quella del NO potrebbe al contrario avere un effetto deflagrante sull’esecutivo, soprattutto perché i due partiti di maggioranza sono per il SI e sarebbe difficile ignorarne le conseguenze.

Schieramenti cangianti
E’ anche per questo che tutti i partiti, nessuno escluso, vanta posizioni variegate e spesso incoerenti sul tema. La battaglia è storicamente del M5S, che pure qualche ‘malpancista’ sul SI ad ogni costo ce l’ha. Il Pd era contrario col governo precedente, mentre ora Zingaretti ha schierato il partito sul SI per le ragioni di cui sopra. Per lo stesso motivo, la Lega di governo aveva votato positivamente durante l’iter parlamentare, mentre ora Salvini si guarda bene da fare campagna in questo senso ed alcuni big, come Giorgetti e Castelli, si sono pronunciati apertamente per il NO che potrebbe tagliare le gambe al governo. Persino Fdi di Giorgia Meloni, fino a poco tempo fa orgogliosamente per il SI, parla di “spinta per il NO che viene dalla base”.

Pd diviso
Come accennato, anche nella maggioranza non mancano i mal di pancia. Di fronte alla proposta per il Sì avanzata in Direzione da Zingaretti e supportata dall’invito del capo della delegazione al governo, Dario Franceschini, al ‘pacta sunt servanda’ (rispetto all’alleato Cinquestelle e al proprio interno dopo il voto favorevole in Parlamento alla riforma), l’area Orfini ha deciso di non partecipare al voto sulla relazione del segretario, mentre l’ex tesoriere Dem, Luigi Zanda, l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini, e Gianni Cuperlo hanno ribadito la loro contrarietà alla riduzione del numero dei parlamentari e quindi il No al referendum. Come quelli pesanti espressi da big Democratici, quali Romano Prodi, Arturo Parisi, Giuseppe Fioroni e Rosy Bindi, che nei giorni scorsi ha promosso un appello per il No. E pure il commissario europeo Gentiloni ha mostrato freddezza.

Forza Italia ondivaga
Non meno fluida la situazione all’interno di Forza Italia. Silvio Berlusconi, dopo aver definito “demagogia” la riduzione del numero dei parlamentari senza una “riforma organica” della Costituzione, si è affettato a pronunciarsi per la libertà di voto, alle prese con profonde divisioni all’interno del Movimento azzurro. Accanto a chi si schiera per il Sì, come la capogruppo alla Camera, Mariastella Gelmini, ci sono le posizioni contrapposte altrettanto ferme di Andrea Cangini e Simone Baldelli, tra i promotori del Comitato per il No, e di Renato Brunetta e Osvaldo Napoli.

Ordine sparso
Da segnalare le divisioni in Leu, con Pierluigi Bersani per il Sì, al contrario dell’ex presidente del Senato, Pietro Grasso, e della deputata Rossella Muroni. Da sottolineare, sempre in Liberi e uguali, la posizione del ministro della Salute, Roberto Speranza, che dopo il Sì annunciato dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha avvertito che “noi che stiamo al governo non dobbiamo politicizzare eccessivamente questo referendum. Dicevo queste cose il 4 dicembre del 2016, quando c’è stato il famoso referendum di Renzi”.

E Italia Viva lascerà libertà di voto, rispetto ad una riforma che l’ex premier non esita comunque a definire “uno spot, una proposta demagogica”.

Pollice verso infine da Carlo Calenda, leader di Azione, e da Più Europa, che dopo il no della Corte costituzionale al ricorso contro l’election day ha deciso di rivolgersi alla Cedu.

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