Petrolio, l’anarchia libica minaccia l’export. Cosa sta accadendo

Divise pressoché su tutto, le diverse fazioni libiche sono concordi su un punto: le risorse petrolifere sono la fonte di sopravvivenza economica

Petrolio, l’anarchia libica minaccia le esportazioni. Scenari possibili

Nel 2010 un quarto delle importazioni petrolifere italiane proveniva dalla Libia e per il gas la percentuale era al 13%. Si trattava di percentuali considerevoli, del resto il quadro complessivo dei rapporti commerciali italo-libici era molto buono. Nel 2011, durante il conflitto che portò alla caduta del regime di Gheddafi, la produzione si azzerò; senonchè, con grande sorpresa, ben presto recuperò quasi raggiungendo i livelli pre-rivoluzione. Infatti, nonostante le difficoltà, sembrava che il paese avesse intrapreso un cammino di stabilità e democrazia. Purtroppo però le iniziali rivalità interne degenerarono poi in una guerra civile.

Tant’è che oggi, se il timore della comunità internazionale è che il paese imploda irreparabilmente, il mercato teme che la produzione dell’oil & gas libico possa precipitare definitivamente.

Il fatto è che, caduto Gheddafi, il paese non è riuscito a trovare un equilibrio. La situazione è complicata: da un lato c’è il governo del premier al Thani, riconosciuto a livello internazionale ma “in esilio” a Tobruk, dove si è legato al generale Haftar, appoggiato dall’Egitto e altri paesi sunniti. Dall’altro, a Tripoli c’è il Governo di Salvezza Nazionale guidato da Ghweil, e che si appoggia alle milizie del Fajr al Libia. In mezzo c’è l’ONU, che con lo Special Representative Bernardino Leòn sta cercando di mediare e ricondurre le parti ad un governo di unità nazionale. A complicare il tutto c’è poi lo Stato Islamico, che vede nel caos libico una opportunità di affermazione.

Divise pressoché su tutto, le diverse fazioni libiche sono concordi su un punto: le risorse petrolifere sono la fonte di sopravvivenza economica. Del resto, prima della rivoluzione, oltre il 95% delle entrate statali provenivano dall’oil & gas e questo settore era la fonte dell’80% del prodotto interno lordo. Dunque, le risorse petrolifere erano la linfa vitale del paese. (Continua sotto)

Non è quindi un caso che il petrolio sia al centro delle tensioni tra il governo di Tripoli e quello di Tobruk, oltre che oggetto di attenzioni da parte dei jihadisti. Infatti, oltre al controllo dei pozzi e delle pipelines, ad essere aspramente contese sono anche istituzioni finanziarie ed economiche come la National Oil Company (NOC), la Banca Centrale Libica e la Libyan Investment Authority, strumenti attraverso i quali il petrolio si trasforma in dollari.

Ad oggi, senza avventurarsi in azzardate previsioni politiche, i principali scenari prefigurati dagli analisti sono tre. Il primo è quello di un successo degli sforzi dell’ONU, e della creazione di un governo di unità nazionale. Il secondo è quello che permanga indefinitivamente la situazione attuale, che vede una divisione de facto tra Cirenaica e Tripolitania. Il terzo scenario è quello di una sorta di “somalizzazione”, ovvero di un sopravvento delle milizie e delle bande criminali, con una regressione dell’effettivo potere di uno o entrambe i governi di Cirenaica e Tripolitania.

Da un punto di vista economico, già nel secondo caso ma sopratutto nel terzo, la situazione renderebbe difficile le esportazioni di oil & gas. Senonché questo, a breve termine, è il minore dei problemi. Infatti, dovesse persistere sul lungo termine una sorta di “anarchia” libica, un rischio possibile è quello di un collasso del paese, con una intuibile crisi umanitaria di cui, ad avvantaggiarsi, saranno innanzitutto milizie e gruppi criminali.

A cura di Giovanni Parigi
Esperto di politiche economiche mediorientali

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