Petrolio, l’anarchia libica minaccia l’export. Cosa sta accadendo

Divise pressoché su tutto, le diverse fazioni libiche sono concordi su un punto: le risorse petrolifere sono la fonte di sopravvivenza economica

Giovanni Parigi

Giovanni Parigi Esperto di politiche economiche mediorientali. Insegna Cultura Araba presso l'Università Statale di Milano. Il Medio Oriente, oggi più che mai, rappresenta un teatro politico, economico e sociale di importanza vitale per l'Europa. E per l'Italia in particolare

Petrolio, l’anarchia libica minaccia le esportazioni. Scenari possibili

Nel 2010 un quarto delle importazioni petrolifere italiane proveniva dalla Libia e per il gas la percentuale era al 13%. Si trattava di percentuali considerevoli, del resto il quadro complessivo dei rapporti commerciali italo-libici era molto buono. Nel 2011, durante il conflitto che portò alla caduta del regime di Gheddafi, la produzione si azzerò; senonchè, con grande sorpresa, ben presto recuperò quasi raggiungendo i livelli pre-rivoluzione. Infatti, nonostante le difficoltà, sembrava che il paese avesse intrapreso un cammino di stabilità e democrazia. Purtroppo però le iniziali rivalità interne degenerarono poi in una guerra civile.

Tant’è che oggi, se il timore della comunità internazionale è che il paese imploda irreparabilmente, il mercato teme che la produzione dell’oil & gas libico possa precipitare definitivamente.

Il fatto è che, caduto Gheddafi, il paese non è riuscito a trovare un equilibrio. La situazione è complicata: da un lato c’è il governo del premier al Thani, riconosciuto a livello internazionale ma “in esilio” a Tobruk, dove si è legato al generale Haftar, appoggiato dall’Egitto e altri paesi sunniti. Dall’altro, a Tripoli c’è il Governo di Salvezza Nazionale guidato da Ghweil, e che si appoggia alle milizie del Fajr al Libia. In mezzo c’è l’ONU, che con lo Special Representative Bernardino Leòn sta cercando di mediare e ricondurre le parti ad un governo di unità nazionale. A complicare il tutto c’è poi lo Stato Islamico, che vede nel caos libico una opportunità di affermazione.

Divise pressoché su tutto, le diverse fazioni libiche sono concordi su un punto: le risorse petrolifere sono la fonte di sopravvivenza economica. Del resto, prima della rivoluzione, oltre il 95% delle entrate statali provenivano dall’oil & gas e questo settore era la fonte dell’80% del prodotto interno lordo. Dunque, le risorse petrolifere erano la linfa vitale del paese. (Continua sotto)

Non è quindi un caso che il petrolio sia al centro delle tensioni tra il governo di Tripoli e quello di Tobruk, oltre che oggetto di attenzioni da parte dei jihadisti. Infatti, oltre al controllo dei pozzi e delle pipelines, ad essere aspramente contese sono anche istituzioni finanziarie ed economiche come la National Oil Company (NOC), la Banca Centrale Libica e la Libyan Investment Authority, strumenti attraverso i quali il petrolio si trasforma in dollari.

Ad oggi, senza avventurarsi in azzardate previsioni politiche, i principali scenari prefigurati dagli analisti sono tre. Il primo è quello di un successo degli sforzi dell’ONU, e della creazione di un governo di unità nazionale. Il secondo è quello che permanga indefinitivamente la situazione attuale, che vede una divisione de facto tra Cirenaica e Tripolitania. Il terzo scenario è quello di una sorta di “somalizzazione”, ovvero di un sopravvento delle milizie e delle bande criminali, con una regressione dell’effettivo potere di uno o entrambe i governi di Cirenaica e Tripolitania.

Da un punto di vista economico, già nel secondo caso ma sopratutto nel terzo, la situazione renderebbe difficile le esportazioni di oil & gas. Senonché questo, a breve termine, è il minore dei problemi. Infatti, dovesse persistere sul lungo termine una sorta di “anarchia” libica, un rischio possibile è quello di un collasso del paese, con una intuibile crisi umanitaria di cui, ad avvantaggiarsi, saranno innanzitutto milizie e gruppi criminali.

Petrolio, l’anarchia libica minaccia l’export. Cosa sta accadendo

Giovanni Parigi Il Medio Oriente, oggi più che mai, rappresenta un teatro politico, economico e sociale di importanza vitale per l'Europa. E per l'Italia in particolare Insegna Cultura Araba presso il Dipartimento di Scienze della Mediazione Linguistica e Studi Interculturali dell'Università Statale di Milano. Collabora con la rivista di geopolitica Limes e l'ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale). Avvocato, ha lavorato in diversi paesi del Medio Oriente.

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