Perchè UberPop è illegale in Italia? Ci sono altri servizi a rischio?

Una sentenza del tribunale di Milano ha dichiarato illegale il sevizio UberPop, mettendo a rischio i principi della sharing economy

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Perché UberPop è illegale in Italia? C’è la possibilità che la sentenza venga ribaltata?

A seguito di un ricorso da parte di alcune associazioni di taxisti il Tribunale di Milano ha emesso lo scorso 26 maggio un’ordinanza con la quale sospende, in via cautelare ed urgente, in tutta Italia il servizio UberPop. Avverso tale decisione, oltre ovviamente ad Uber, si è costituita in giudizio anche Altroconsumo ritenendo l’ordinanza contraria agli interessi dei consumatori poiché interpreta in maniera stringente, conservativa e protezionistica la norma attualmente in vigore, obsoleta in relazione al servizio di trasporto privato offerto da UberPop.

Dello stesso avviso si era peraltro già dimostrata l’Authority dei Trasporti che, in una recente formale segnalazione al Governo e al Parlamento, aveva evidenziato come le “nuove forme di mobilità che si svolgono grazie ad applicazioni web che utilizzano piattaforme tecnologiche per l’interconnessione dei passeggeri e dei conducenti” siano complementari e non confondibili con i taxi tradizionali e aveva pertanto proposto al Legislatore l’aggiornamento delle normative per favorire tali nuove forme di mobilità.

Successivamente anche il Presidente dell’Antitrust si era espresso sostanzialmente nella stessa direzione indicando, durante una audizione in Parlamento sul disegno di legge annuale sulla concorrenza, tale strumento normativo come “una occasione unica per modificare in un’ottica pro-concorrenziale la normativa sui servizi di trasporto pubblico non di linea” aggiungendo che “quanto al tema delle nuove piattaforme tecnologiche per la mobilità non di linea, appare ormai ineludibile una novella normativa volta ad una regolamentazione di queste nuove figure (piattaforme online per smartphone e tablet ed autisti non professionisti)”.
Dopo una ampia e articolata discussione nel corso dell’udienza del 2 luglio dinanzi il Tribunale di Milano, il Collegio si è riservato e si tratta ora di attendere a giorni, o massimo settimane, una decisione che auspicabilmente possa ribaltare gli esiti dell’ordinanza cautelare. Il servizio UberPop non può essere considerato tout-court un normale servizio di taxi per come concepito e descritto nella disciplina vigente. Grazie anche all’utilizzo innovativo delle nuove tecnologie, l’offerta è diversa, non direttamente sovrapponibile a quella esistente, i prezzi sono competitivi e, di fatto, rivolti a categorie di utenza nuove e diverse. Non solo dunque l’ipotesi di concorrenza sleale a danno dei taxisti pare poco fondata ma la loro azione rischia di provocare un danno ingiusto ai consumatori.
D’altra parte anche la sussistenza del periculum in mora, necessario per ottenere una ordinanza cautelare, risulta a dir poco traballante se è vero che, al contrario di quanto sostenuto in giudizio dagli avvocati di parte ricorrente, un autorevole esponente di una rilevante sigla sindacale dei taxisti ha più recentemente dichiarato che Expo non ha portato e non porterà alcun incremento di affari per i taxi milanesi, la (poca) gente che va ad Expo non è, infatti, per sua stessa ammissione, nel target di coloro che utilizzano i taxi! Quello che, invece, appare certo seguendo tale ragionamento è che la conferma dell’ordinanza di blocco di UberPop provocherebbe un danno a turisti e consumatori impedendo loro di accedere a un servizio più a buon prezzo e, in quanto tale, non sovrapponibile al tradizionale servizio taxi.
La posizione di Altroconsumo su Uber, come su tutte le nuove forme e modelli di servizio nella sharing economy, è di estremo interesse e apertura. Ciò non significa venir meno alla nostra funzione di tutela in quanto Organizzazione di consumatori, al contrario le garanzie e tutele dei consumatori devono adeguarsi alle nuove proposte dei soggetti innovativi sul mercato che vogliono sperimentare modelli di business collaborativi. Serve dunque uno sharing economy act e di questo debbono occuparsi al più presto Governo e Parlamento per evitare che le questioni aperte siano lasciate in mano agli iter giudiziari presso i tribunali. I diritti dei consumatori in ogni caso non debbono e non possono diventare strumento protezionistico a tutela di fornitori di servizio cristallizzati e poco inclini al cambiamento.

(A cura di: Altroconsumo)

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