Marchionne: cosa può fare un’azienda italiana

Durante l'era Marchionne, Fiat è passata da industria italiana a multinazionale conosciuta da 5 continenti e simbolo del Made in Italy

Sergio Marchionne è stato uno di quei personaggi nati per dividere: o lo amavi o lo odiavi. È talmente vero che non sono mancate le polemiche nemmeno di fronte alla sua malattia.

L’amministratore delegato di FCA, ex Fiat e Chrysler, ha creato fronti opposti di fan e delatori, in Italia e negli Stati Uniti. Eppure, nonostante tutto, ha sempre svolto il proprio lavoro. Merito certamente del carattere duro e a tratti burbero, che non solo gli ha permesso di andare contro ad un’opinione pubblica spesso in disaccordo, ma anche di risanare due multinazionali tecnicamente fallite, sulle quali pochi avrebbero ancora scommesso.

Marchionne è stato un manager atipico: scarso comunicatore, lavoratore accanito, dormiva poco e fumava tanto. Aveva un approccio diretto e schietto, con i collaboratori, con i media, con i sindacati. E spesso si è rivelata essere la strategia meno utile dal punto di vista del personal branding. Per la stampa e le istituzioni, è diventato negli anni il nuovo simbolo della lotta di classe: il padrone che va contro i lavoratori e i loro diritti. Per molti altri è stato un talento del management, in grado di compiere scelte scomode e difficili e di rendere l’impossibile possibile.

Una cosa però è certa, perché basata sui dati: Marchionne è stato un manager in grado di prendere una realtà italiana e “provinciale” come Fiat e trasformarla in una multinazionale, settima al mondo per produzione di automobili. Si dice che, arrivato in Fiat, la sua ricetta fosse semplice: rientrare dai debiti e ripartire. Non impiegò molto a rottamare i meno capaci tra i manager, facendo piazza pulita di una classe dirigenziale vecchia e improduttiva, per impostarne una nuova fatta di quelli che lui considerava “i soggetti migliori”.

È il 1° giugno 2004 quando approda al Lingotto: viene nominato amministratore delegato della Fiat dopo un anno in Cda, per volontà di Umberto Agnelli. Le azioni Fiat valgono meno di 2,50 euro, ma già all’annuncio della sua nomina il mercato sorride e fa guadagnare un 4,6% all’azienda. Nel 2005 è lui a permettere a Fiat di incassare 2 miliardi da General Motors per annullare l’opzione di vendita stipulata negli anni precedenti. Nel 2007 arriva la (prima) svolta: viene presentata a Torino la nuova Fiat 500, che diventerà simbolo della rinascita dell’azienda e del made in Italy.

Con un manager capace alla guida, Fiat sopravvive alla crisi del 2008, che vede le azioni crollare sotto i 2 euro e sorprende il mondo annunciando, nel gennaio 2009, quella che si rivelerà il salto epocale dell’azienda italiana: si parla di un accordo preliminare per l’acquisizione del 35% di Chrysler, che è sotto procedura fallimentare. Per 5 anni continuano le trattative, finché si arriva alla fusione completa: nel 2014 nasce il gruppo industriale FCA ed è forse una delle operazioni manageriali più grandi a livello globale.

Fiat comincia a fare i conti con il suo carattere globale, dopo anni di politica autarchica e isolazionista: esce dal guscio e muove i passi al di là del confine. Iniziano grandi rinnovamenti, a partire dallo scorporo della parte dei veicoli industriali che porta alla nascita di Fiat Industrial. In Italia, Marchionne si fa autore di quello che ancora viene chiamato da alcuni come il “miracolo” di Pomigliano e Mirafiori, grazie al quale alcune delle sedi più degradate del gruppo Fiat vengono risanate fino a renderle tra le più produttive. Si continua la trasformazione, con i trasferimenti di sedi in luoghi dove si possono sfruttare le condizioni poste dai governi, dove produrre e vendere è conveniente.

Il gruppo Fiat-Chrysler diventa il settimo produttore al mondo di automobili e acquista fama internazionale. Il 1° giugno 2018 viene presentato il Piano industriale 2018-2022 e viene annunciato l’azzeramento del debito pubblico entro giugno e il consolidamento nel settore auto: le azioni volano. Marchionne è stato un manager estremamente capace, ma ha anche avuto tra le mani l’industria giusta, in grado di diventare quello che molte aziende italiane vorrebbero essere, ma che non hanno il coraggio di provare ad essere. La fabbrica italiana di automobili è presente in 5 continenti, conosciuta a livello mondiale e su 14 bilanci firmati da Marchionne, solamente 2 esercizi sono stati chiusi in rosso, per un totale di 15 miliardi di utili.

Da industria italiana dalle radici piemontesi, Fiat è diventata simbolo del Made in Italy in grado di conquistare anche l’invincibile mercato statunitense e di risanare una società americana in fallimento dichiarato. L’amministratore delegato del Lingotto nei primi 10 anni ha fatto salite le quotazioni del titolo FCA del 104,16%, fino ad arrivare al massimo storico di 20,2 euro toccato a gennaio 2018. Nel 2004 la capitalizzazione di Fiat era di 5,5 miliardi di euro, mentre ora nel 2018 si parla di 60 miliardi di euro, tenendo conto anche delle società nate dagli spin-off.

L’era Marchionne ha valorizzato il brand FCA per un 515% in Borsa, ma soprattutto ha fornito il coraggio di osare ad un’azienda italiana, che ora potrà essere di esempio per tutti quei Made in Italy che desiderano essere audaci e “guardare al di là” di schemi ormai vecchi.

Marchionne: cosa può fare un’azienda italiana