Made in “Territori occupati”. L’Ue approva l’etichetta della discordia

I prodotti provenienti dalle colonie israeliane dovranno avere un'etichetta che specifichi l'esatta origine delle merci

Ancora non si conosce l’esatta dicitura destinata a contrassegnare i prodotti provenienti dalle colonie israeliane presenti territori palestinesi occupati dal 1967 (Cisgiordania, Golan). Ma la Commissione europea ha chiesto oggi ai 28 Stati membri dell’Ue di procedere all’etichettatura che specifichi l’esatta origine delle merci, secondo le nuove linee guida per la tracciabilità dei prodotti provenienti dagli insediamenti ebraici.

Una decisione “tecnica” secondo Bruxelles, una misura “antisemita” secondo il ministero degli Esteri di Israele, che condanna la decisione dell’Ue: “Nessuna etichettatura farà avanzare il processo di pace”, fa sapere il ministero degli Esteri israeliano, “al contrario potrebbe rafforzare il rifiuto dei palestinesi a tenere negoziati diretti con Israele. Questo passo solleva domande sul ruolo che la Ue aspira a giocare. E può avere anche implicazioni sulle relazioni tra Israele e l’Europa”.

A sollecitare il marchio dei prodotti provenienti dagli insediamenti ebraici erano stati, ad aprile, 16 Paesi Ue fra cui l’Italia. Si tratterebbe comunque di un impatto economico contenuto: la cifra relativa alle esportazioni dalle colonie si stima si aggiri intorno ai 50 milioni di dollari l’anno, una piccola quota rispetto ai circa 30 miliardi annuali di esportazioni di beni e servizi da Israele verso l’Unione Europea.

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