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L’Italia non è un paese per giovani. “Poveri pensionati” è un falso storico

Viviamo in una gerontocrazia che in 20 anni ha massacrato i giovani per concentrare ricchezza negli over 60. Lo conferma Bankitalia

Il 3 dicembre scorso è uscita l’indagine sulla ricchezza delle famiglie italiane della Banca d’Italia – “cittadella della competenza”, secondo lo storico Alfredo Gigliobianco. E’ un documento di grande interesse, denso di dati, analisi, informazioni, che il popolo italiano – illetterato e berciante – non degnerà di alcuna attenzione. Lo facciamo noi.

Nella prima pagina di sintesi si legge: “Dal 2006 l’incidenza degli individui a basso reddito è cresciuta nelle fasce di età centrali fino a 54 anni, ma è diminuita tra i più anziani, per effetto della stabilità delle loro entrate rispetto al calo generalizzato dei redditi”. Tutti coloro che invocano la difesa della “povera” categoria dei pensionati dovrebbero dedicare del tempo ad analizzare questa affermazione e i grafici relativi.

grafico_reddito_medio1


E’ di totale evidenza che la classe che ha meno subito le conseguenze della crisi è la classe over-55. Fatto 100 il reddito nel 1995 di un giovane tra i 19 e 34 anni, nel 2014 percepisce 88. Dopo 19 anni il suo reddito è sceso del 12%! L’over 64 è a 117. Servono delucidazioni?
Banca d’Italia scrive: “Riflettendo anche l’evoluzione del reddito medio equivalente, l’incidenza degli individui a basso reddito ha avuto un andamento difforme tra segmenti della popolazione. Se ne osserva, dal 2006, una crescita tra gli individui fino a 54 anni e un calo tra i più anziani, imputabile alla stabilità delle entrate per queste famiglie a fronte del calo generalizzato dei redditi”. Ancora una volta sono i giovani ad avere la peggio.

Andiamo avanti. Se Cormac McCarty ha scritto quello splendido romanzo dal titolo “Non è un paese per vecchi”, l’indagine meritoria della Banca d’Italia spiega che l’Italia non è un Paese per giovani. Se passiamo all’analisi della ricchezza, leggiamo che “Negli ultimi venti anni i divari di ricchezza tra i più giovani e i più anziani, che riflettono anche il naturale processo di accumulazione dei risparmi lungo il ciclo di vita, si sono progressivamente ampliati: in termini reali, la ricchezza media delle famiglie con capofamiglia tra i 18 e i 34 anni è meno della metà di quella registrata nel 1995, mentre quella delle famiglie con capofamiglia con almeno 65 anni è aumentata di circa il 60 per cento: il rapporto tra quest’ultima e quella dei più giovani è passato da meno dell’unità a oltre 3”.

ricchezza_capofamiglia

Se 100 è il livello di partenza del 1995, il giovane fino a 34 anni si trova nel 2014 a 40, l’over 65 a 160. Ancora Bankitalia: “Le famiglie con capofamiglia pensionato rappresentavano, il 38,2 per cento del totale, possedevano oltre la metà del valore complessivo sia dei titoli di Stato italiani sia degli investimenti indiretti”. Non se ne può più di sentire l’espressione “poveri pensionati”. E’ un falso storico.

Sono i giovani a passarsela male e a costituire la fascia più disagiata della popolazione. Gli studi di Chiara Saraceno evidenziano che sono le famiglie giovani a essere a più alto rischio di povertà, sia assoluta che relativa. E i figli dei giovani corrono seri rischi di non avere le cure necessarie per un sano sviluppo, educativo e non.

E’ chiaro e lapalissiamo che se il nostro welfare è stato costruito prevalentemente sul sistema pensionistico – su cui sono state scaricate tutte le crisi del Paese, così da creare una sorte di usurpazione ai danni della generazione successiva, poche risorse rimangono per le famiglie e i minori in difficoltà.

L’Italia ha bisogno di una forte revisione della gerarchia dell’ordine delle priorità, come suggeriva il compianto Paolo Sylos Labini. Se non investiamo sui giovani, il futuro sarà ancora più scuro del presente.

A cura di Beniamino Piccone
Docente di Sistema Finanziario e Private banker

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