L’Isis e le start up del terrore: così il Golfo finanzia la jihad

Il ruolo dei Paesi del Golfo nei finanziamenti alle milizie jihadiste: dal crowdfunding ai bonifici a scopo "umanitario"

Uno dei motivi del successo dei movimenti terroristi jihadisti e delle milizie islamiste è sempre stato quello di poter beneficiare di cospicui finanziamenti da “benefattori” esteri, per lo più del Golfo Persico. In realtà non si tratta di un fenomeno recente, basti pensare agli aiuti provenienti dall’Arabia Saudita in favore dei muhjahiddin afghani negli anni ottanta, all’appoggio ai movimenti religiosi radicali di Medio Oriente e Nord Africa negli anni novanta e ai gruppi jihadisti degli anni duemila. Oggi le ricchissime petromonarchie del Golfo, come Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Qatar, Oman ed Emirati Arabi Uniti, sono accusate di aver favorito la nascita dello Stato islamico e di essere i generosi finanziatori delle altre milizie jihadiste attive in Siria.

In realtà si tratta di un fenomeno da inquadrare in una prospettiva molto più ampia. Infatti è dagli anni ’70, ovvero da quando raggiunsero l’indipendenza politica o la maturità economica, che i paesi del Golfo fanno politica estera a suon di petrodollari. Allora le petromonarchie si trovavano, e si trovano a tutt’oggi, con enormi disponibilità finanziarie grazie all’oil&gas, ma avevano delle ridottissime capacità militari. Dunque, sponsorizzare partiti politici, movimenti religiosi e gruppi armati esteri divenne ben presto il loro modo di far politica estera. E così i sauditi e altri paesi del Golfo appoggiarono diverse fazioni palestinesi, si intromisero nella guerra civile libanese, appoggiarono Saddam contro la rivoluzione iraniana, intervennero poi in Afghanistan e Bosnia. Più di recente, il caos conseguente alla caduta del regime di Saddam e, poi, il terremoto geopolitico causato dalle Primavere Arabe hanno dato ulteriore slancio all’ambigua politica dei paesi del Golfo. I recenti sconvolgimenti in Iraq, Siria, Egitto e Libia, solo per citarne alcuni, hanno infatti creato vuoti di potere sfruttati dalle petromonarchie.

Ma cosa vogliono gli sceicchi del Golfo? In estrema sintesi, sono tre le minacce che temono, cominciando dall’Iran. Infatti Tehran rappresenta un pericoloso nemico politico, ideologico ed economico. Politico, in quanto con le sue aspirazioni di potenza regionale ha creato una alleanza, peraltro appoggiata dalla Russia, che unisce forze che vanno dal Libano, alla Siria, all’Iraq e poi lo Yemen. Ideologico, in quanto la dottrina religiosa sciita è eretica agli occhi della ortodossia sunnita, ed economico in quanto rappresenta un possibile forte concorrente sul mercato petrolifero, soprattutto ora che grazie all’accordo sul nucleare non sarà più soggetto a sanzioni.

La seconda minaccia è rappresentata proprio dal jihadismo. L’Arabia Saudita è sede della Mecca e Medina, luoghi sacri dell’islam, e la monarchia impone come religione di stato la dottrina salafita wahhabita, una delle più integraliste; dunque il fervore religioso nel paese e nelle altre monarchi del Golfo è molto forte e “produce” numerosi estremisti. Quindi, piuttosto che tenerseli in casa – ed allo scopo in qualche modo di controllarli o di far sfogare altrove il rischio – i sauditi fanno in modo che i jihadisti vadano a far disastri all’estero piuttosto che in casa; un esempio è bin Laden.

Infine, l’Arabia Saudita vede come minaccia quei regimi e governi sunniti che sono espressione politica dei Fratelli Musulmani. Infatti, in qualche modo, i Fratelli Musulmani rappresentano un modello politico e religioso alternativo a quello wahhabita e che può dunque minare la legittimazione del regime saudita.

Però, a foraggiare movimenti religiosi estremisti e milizie salafite in tutto il Medio Oriente contribuisce generosamente anche il settore “privato”, ovvero singoli cittadini e associazioni; le motivazioni sono diverse: aiutare i fratelli sunniti vittime del regime di Assad o discriminati dal governo di Bagdad, favorire il crollo di regimi arabi considerati corrotti o filo occidentali, oppure opporsi a presunte ingerenze occidentali o iraniane. E così vengono tenute vere e proprie campagne per la raccolta di fondi, organizzate da ricchi sceicchi, imprenditori e religiosi, sfruttando circoli d’affari, legami tribali o associazioni religiose e caritatevoli. La raccolta fondi è fatta sia con assemblee pubbliche, magari tenute in occasione di eventi religiosi, che tramite versamenti su correnti dedicati, i cui numeri sono pubblicizzati su poster, website o in moschea. Per fare degli esempi, in Arabia Saudita ingenti somme destinate a profughi iracheni sono state raccolte con una specie di Telethon. Per la Siria, è stato determinante il ruolo dei siriani emigrati in Kuwait che hanno cominciato mandare in patria aiuti materiali, poi fondi. In tal modo la comunità siriana si è legata alle fondazioni religiose kuwaitiane, che a loro volta si sono attivate presso circoli di potere politico, economico e religioso di diversi paesi del Golfo, attraendo la raccolta di fondi e diventandone il collettore.

Questi fondi arrivano a destinazione tramite triangolazioni in Turchia o Giordania, per lo più grazie a corrieri che trasportano contanti. In molti casi la raccolta ufficialmente è per scopi caritatevoli, ma poi i soldi finiscono a finanziare movimenti jihadisti. Del resto, si tratta di veri e propri network transnazionali che non solo raccolgono fondi, ma procurano anche armi e facilitano reclutamento e transito di jihadisti, andando a finanziare vere e proprie “start up del terrore”. In molti casi si crea addirittura un legame diretto tra gruppi di donatori e miliziani, che ringraziano i propri sponsor postando video e foto delle loro imprese sui social media, spesso citando nei ringraziamenti di coda i propri donatori!

C’è però da ben sperare; infatti ultimamente paesi come l’Arabia Saudita e il Kuwait hanno adottato apposite leggi ed imposto severe restrizioni al flusso incontrollato di fondi verso gruppi estremisti. Il problema è che i governi del Golfo hanno spesso un atteggiamento ambiguo verso questo fenomeno di finanziamento, un po’ perché fa comodo, ma soprattutto perché contrastarlo sarebbe estremamente impopolare.

A cura di Giovanni Parigi
Esperto di politiche economiche mediorientali

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