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Libia nel caos, intervento armato controverso. E al Sisi avverte l’Italia…

L'Italia gioca una partita complessa, dove il nemico non è solo l'ISIS, dove manca un interlocutore politico e dove gli alleati sono in competizione tra loro

Libia, equilibrio precario. Il premier ostile al governo di Unità Nazionale, Khalifa al Ghwell, avrebbe lasciato la città per rifugiarsi a Misurata, una mossa che consente al primo ministro sostenuto dalle Nazioni Unite, Fayez al Sarraj, giunto Tripoli nei giorni scorsi, di uscirne temporaneamente rafforzato. Ma la tensione rimane alta.

Il presidente al Sisi in una recente intervista rilasciata a Repubblica (“Libia, l’Italia rischia un’altra Somalia”) ha parlato chiaro: senza una exit strategy, in Libia è meglio non andare. Per la precisione, ha posto 5 domande, dirette a chi pensa di intervenire nel Paese:

  1. Con che piano si entra in Libia?
  2. Chi avrà il compito di ricostruire le forze armate e di sicurezza?
  3. Come sarà fornita protezione della popolazione?
  4. Come si supplirà ai bisogni essenziali di tutte le comunità libiche?
  5. Chi ricostruirà il paese?

Al Sisi, poi, prende a monito gli insuccessi occidentali in Afghanistan e Somalia.
A fargli eco, da Tripoli e Tobruk, sedi dei due governi rivali, si levano minacciose voci contro il governo di Unità Nazionale appoggiato dall’ONU e, in primis, proprio dall’Italia.

In realtà l’Occidente è diviso sul da farsi in Libia. Non decolla il governo di unità nazionale, che dovrebbe costituire la sintesi degli opposti governi; dunque Francia e Inghilterra, sotto traccia, premono per un intervento armato senza ulteriori indugi, innanzitutto mirato a estirpare lo Stato Islamico. Italia e –per ora- Stati Uniti  sono invece più restii, e tengono come primo obiettivo l’insediamento di un governo di unità nazionale. Insomma, la questione libica oggi può essere riassunta nel dubbio se viene prima l’uovo del governo di unità nazionale o la gallina della lotta al Daesh (o ISIS).

La verità è che la partita libica è molto più complessa. Ad esempio l’Egitto non è certo né neutrale né disinteressato a quanto succede in Libia. Anzi, il Cairo è da tempo che appoggia il generale Khalifa Haftar, che dall’est del Paese guida una coalizione di milizie contro le forze fedeli a Tripoli. Dunque per l’Egitto Haftar è l’uomo forte che gli permetterebbe di avere una forte influenza in Cirenaica, garantendosi così un cuscinetto di sicurezza contro infiltrazioni jihadiste, nonché un riconoscente e manipolabile alleato ricchissimo di petrolio.

Peraltro, italiani, americani, francesi e inglesi sono da tempo con discrezione attivi sul terreno; sembra però che ciascuno si muova indipendentemente e, ad esempio, il generale Haftar recentemente ha beneficiato anche di un discreto appoggio militare francese.

Dunque, a fronte delle difficoltà del piano di riconciliazione nazionale appoggiato dall’ONU, Francia, Gran Bretagna ma sopratutto gli egiziani non escludono un piano “B” di intervento armato. Senonché, mancano consenso e chiarezza sulle sue modalità e obiettivi.

Di certo però, in tal caso Londra e Parigi averebbero più facilità a imporsi. Infatti, in assenza di un valido interlocutore politico libico unitario, sfruttando le divisioni interne gli sarebbe più facile attuare una sorta di “spartizione” delle aree di influenza: Fezzan ai francesi, Cirenaica agli inglesi e Tripolitania agli italiani.

Dal canto suo l’Italia ha giocato le sue carte su due livelli:

  • sul piano politico ha cercato di impedire ogni avventurismo o iniziativa unilaterale vincolando un intervento internazionale alla preventiva formazione di un governo di unità nazionale;
  • sul piano militare, anche grazie all’appoggio degli Stati Uniti che condividono la prudenza italiana, ha ottenuto il comando di una eventuale operazione militare in Libia.

Insomma, l’Italia si trova a dover giocare una partita complessa, dove il nemico non è solo il Daesh, ma è anche la difficoltà a trovare un affidabile, effettivo e legittimo interlocutore politico in Libia, ormai in balia di centinaia di milizie autoreferenti; il tutto in un quadro di forte competizione coi suoi principali alleati, Egitto, Inghilterra e Francia, nonché in assenza di una visione condivisa degli obiettivi.

In conclusione, la prudenza italiana oggi sembra proprio la scelta più saggia: le guerre si sa sempre come cominciano, ma mai come vanno a finire.

A cura di Giovanni Parigi
Esperto di politiche economiche mediorientali

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