Le qualità interiori da coltivare sul lavoro per il proprio benessere: la benevolenza

L'approccio mindfulness individua 4 fattori mentali costruttivi da allenare ogni giorno. Il primo è l'essere gentili con se stessi

Francesco Solinas Executive Business Coach

Tutti noi abbiamo preziose risorse interiori che se coltivate possono portare benessere alla nostra vita, personale e professionale. L’approccio mindfulness ne contempla 4. Oggi parliamo della benevolenza.

Con questo termine intendo l’attitudine a essere gentili con noi stessi. Siamo figli di una “cultura muscolare” che pone la forza, la determinazione, il volere/potere al centro dell’attenzione. Se da un lato questo carico di aspettative, verso noi e gli altri, è funzionale nella massimizzazione dei risultati, dall’altro mette in secondo piano la qualità di vita, l’impatto negativo nelle relazioni, il valore del tempo e l’importanza di trovare significato in quello che si fa e non solo in come lo si fa.

Praticare pensieri buoni e di riconoscimento verso se stessi è una buona via per integrare la muscolarità e l’impazienza soventi presenti nel mondo del lavoro (Puer) con la “saggezza dell’anziano” (Senex), simbolo di esperienza, ricchezza interna e valore del tempo.

Sul lavoro, sotto la lente dell’aspettativa e del giudizio, viviamo sotto stress (ne abbiamo parlato qui), governati dall’ansia da prestazione o avversione verso ciò che minaccia i nostri obiettivi. Troppa tensione in ciò che desideriamo causa dispendio di energia e obiettivi privi di una vera soddisfazione, perché raggiunta una meta ne avremo bisogno subito di un’altra, come se la nostra autostima dipendesse esclusivamente dal risultato ottenuto. Facendo così avremo bisogno di continue sfide per sentirci a posto e volerci bene.

Abbiamo invece bisogno di fermarci ogni tanto e osservare con occhi gentili il nostro sincero impegno a stare al mondo, apprezzarci per come siamo e per quello che facciamo, indipendentemente dal risultato. La mindfulness ci insegna che quando calmiamo la severità delle aspettative e facciamo ordine dentro di noi, evitiamo di dare potere agli eventi esterni e non facciamo dipendere la nostra autostima dai risultati o giudizi esterni. Nutriamo così la nostra indipendenza nelle scelte ed entriamo in relazione per esserne arricchiti, senza dipendere da esse o manipolarle a nostro vantaggio. Essere indipendenti dagli eventi esterni non significa evitare di godere degli apprezzamenti ricevuti o risultati raggiunti, bensì di evitare di averne bisogno a ogni costo.

Dobbiamo anche fare attenzione alla poca benevolenza verso gli altri: troppo giudizio verso il prossimo indebolisce la leadership e crea malcontento nel lungo periodo. Questo perché si perde lucidità, troppo impegnati a puntare il dito verso qualcuno o qualcosa piuttosto che a occuparsi di quello che c’è da fare e valorizzare quello che c’è. Il giudizio verso gli altri si traduce facilmente in una perdita di tempo e di energia. Diverso è invece valutare una situazione o un problema, discernere se una cosa è buona o non buona. Nel conflitto vuol dire non identificare la persona col problema, cioè affrontare gli ostacoli e perseguire gli obiettivi evitando di alimentare tensioni derivati dalle etichette che si appiccicano agli altri.

Quando esprimiamo un giudizio chiediamoci a cosa ci serve davvero. Se è sugli altri riflettiamo se è costruttivo o è solo per metterci sul piedistallo di come siamo bravi noi e inferiori gli altri. Se il giudizio è invece su di noi valutiamo quanto aiuti o freni le nostre risorse e potenzialità, se è coerente con ciò che è importante per noi in quel momento.

Ecco cos’è la benevolenza secondo la disciplina della mindfulness, un atteggiamento mentale saggio che pone la giusta distanza tra il nostro giudizio e la realtà.

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