Le imprese devono contare meno sul finanziamento bancario

Da tempo immemorabile le piccole e medie imprese (PMI) fanno eccessivamente conto sul credito bancario.

Le imprese devono contare meno sul finanziamento bancario

Da tempo immemorabile le piccole e medie imprese (PMI) fanno eccessivamente conto sul credito bancario. Ai tempi della lira il capitale sociale dell’impresa si limitava a 10 milioni, con l’euro siamo passati a 10mila euro, troppo pochi. Addirittura c’è la possibilità di costituire una srl con un euro di capitale.

Negli anni di bonanza, di credito facile, quando bastava chiedere e la banca rilasciava finanziamenti, le imprese hanno potuto finanziarsi quasi esclusivamente con il credito bancario. Il capitale proprio dell’imprenditore immesso nella società era ed è esiguo. Si sostiene giustamente che la ripresa ha bisogno di credito, ma è opportuno ricordare che il credito non è altro che altro debito per imprese che negli anni si è accumulato sul debito precedente.

Quante sono le PMI con margini limitati che hanno un debito che si rimborsa in 15-20 o più anni? In un suo recente intervento, il vice direttore generale della Banca d’Italia Fabio Panetta ha scritto: “Le PMI risentono inoltre delle debolezze della loro struttura finanziaria, caratterizzata da leva relativamente elevata, forte dipendenza dal credito bancario, bassa capacità di far ricorso al mercato. I debiti finanziari rappresentano il 54 per cento delle risorse finanziarie complessive (debiti finanziari e capitale proprio) a fronte del 45 per le altre imprese. Tra i debiti finanziari, i prestiti bancari costituiscono i due terzi del totale, contro poco più di un terzo per le imprese maggiori, mentre il peso delle obbligazioni è pressoché nullo (a fronte del 14 per cento per le altre aziende)”.
L’imprenditore preferisce tenere il suo patrimonio investito in titoli di Stato o immobili. Abbiamo quindi imprese “povere” di capitale e cittadini “ricchi”. Non dimentichiamoci che le ricerche sulla ricchezza delle famiglie italiane della Banca d’Italia  ci dicono che in rapporto al Pil, siamo i più ricchi pro-capite, nell’ambito delle nazioni occidentali (più ricchi dei tedeschi, eh).
La crisi finanziaria non ha però sortito alcun cambiamento. L’imprenditore continua a pagare oneri finanziari, che deduce dal reddito operativo, pur di non mettere capitali nell’impresa. Solo il 6,4% delle aziende ha aumentato il patrimonio netto nel triennio 2012-2014. Purtroppo, il calo del costo del denaro dopo il Quantitative Easing della Banca centrale europea, è un ulteriore stimolo a far affidamento sul credito bancario.

Non si può non essere d’accordo con Panetta che chiude così il suo intervento: ”Gli interventi pubblici a sostegno del finanziamento delle imprese piccole e medie stanno avendo effetti positivi ma non le hanno liberate dai vincoli finanziari. Ma gli interventi potranno risultare efficaci solo se le imprese contribuiranno anch’esse a creare le condizioni per attrarre risorse conferendo trasparenza ai bilanci, aprendosi al vaglio di soggetti esterni; soprattutto, rafforzando la dotazione di capitale. Per conquistare il sostegno degli intermediari e dei risparmiatori gli imprenditori dovranno mostrare essi stessi, per primi, fiducia nelle prospettive della propria azienda”.
Come ha detto l’Ing. Carlo De Benedetti di recente, “Non mi risulta che Apple si sia mai rivolta a una banca, eppure è l’azienda con la più alta capitalizzazione al mondo”.

L’ESPERTO RISPONDE

Concordo con il concetto espresso nell’articolo, ma penso anche che anche le banche contino ancora troppo sull’impreparazione e le ingenuità della maggioranza delle  PMI. Tant’è che anche molte banche  non stanno benissimo causa le  scelte. Molto bene stanno i banchieri. Negli anni non ho visto molta differenza  di gestione,
sicuramente le banche hanno giocato il loro  potere sulle debolezze delle PMI.
(vince esclusivamente il potere del denaro e non  la capacità di mercato mercato e dell’imprenditoria). Questo è il mio modestissimo parere
Valeria C.

Cara @corradinvaleria,
Concordo con lei. Le colpe non stanno mai da una parte sola. Le banche si sono assopite e rinchiuse nei loro sportelli (vuoti, tristi e non frequentati più da alcun cliente). I bancari devono uscire dai loro eremi e andare a trovare i clienti. Per capire le loro esigenze, è necessario confrontarsi, ascoltare, avere una cassetta degli attrezzi adeguata, e spesso il “bancarione” non è all’altezza.
Con la scusa dell’inasprimento dei requisiti patrimoniali decisi dal Comitato di Basilea presso la Banca dei Regolamenti Internazionali (www.bis.org) – dove in passato il nostro Tommaso Padoa-Schioppa è stato uno tra gli esponenti più autorevoli – le banche commerciali si sono chiuse nei loro algoritmi e non hanno più fatto pesare le componenti qualitative, le capacità di direzione, la trasparenza dei conti, l’esistenza di una efficace contabilità direzionale.
Solo un cliente consapevole e preparato può – grazie alla competition – far evolvere il rapporto banca-impresa. Conoscere per deliberare, diceva il grande Luigi Einaudi.

Un caro saluto
Beniamino Piccone

Buongiorno, sono un imprenditore che condivide  in Toto il suo articolo….ma mi permetto di farle notare che ci sono oltre  sessantamila  PMI che lavorano con il pubblico ( il nostro STATO) e che incassano i soldi delle loro prestazioni o forniture dopo dodici mesi… Lei sa benissimo che noi paghiamo l’IVA, contributi, buste paga, ecc.. ecc..tutti i mesi…. Pensi al famigerato DURC.. Un mese non è in regola!!! Non ti pagano le fatture finché il ( povero imprenditore) non sistema il DURC… Ma quest’ultimo deve incassare da oltre un anno quattro milioni di euro di lavori eseguiti e collaudati dall’amministrazione!!!!  L’imprenditore non ha nessuna intenzione di farsi finanziare dalle banche, pagando peraltro interessi vergognosi che il nostro bel paese acconsente. Tiriamo le orecchie all’amministrazioni ,STATO compreso e vedrà che i finanziamenti si ridurranno del 70 x cento. Queste situazioni vanno avanti ormai da decenni, per non parlare poi degli ultimi sei anni.. Un’ultima cosa.. Ma le banche come si finanziano se non prestano soldi? La banca….deve fare la banca…
Cordialmente la saluto
Mauro A.

Caro Amatucci,
Lei sfonda una porta aperta. Lo Stato italiano è debole con i forti e forte con i deboli, in particolare le PMI. Quando a lezione in LIUC spiego che la ASL di Catanzaro o di Taranto paga a oltre 1000 giorni, è chiaro che l’impresa viene presa in giro e presa per il collo. Spero proprio che con il riordino della Ragioneria generale dello Stato che sta compiendo l’ex Bankitalia Daniele Franco (molto bravo), grazie al Siope (www.siope .it) si possa procedere con ordine e in modo corretto a un puntuale pagamento dei fornitori. Ma dovrà passare molto tempo, purtroppo, per vedere uno Stato rispettoso dei tempi concordati.

In relazione al quesito finale (“Come si finanziano le banche se non prestano soldi”), presumo Lei intenda, “come fanno a guadagnare le banche se non prestano”. Se così è, bisogna ammettere chegli oltre 300 miliardi di sofferenze lorde del sistema bancario sono un buon incentivo per rallentare il flusso degli impieghi e comprare titoli di Stato. In questo modo le banche non devono accantonare capitale come requisito patrimoniale di vigilanza (vedasi Comitato di Basilea, http://www.bis.org) e sfruttano il carry trade tra tassi nulli dei finanziamenti BCE e il rendimento positivo dei titoli di Stato.

Un caro saluto
Beniamino Piccone

buongiorno sono una titolare di una piccolissima impresa sono giustissime le sue osservazioni ma aggiungerei che secondo me la bassa capitalizzazione deriva dall’eccessivo e ma soprattutto incerto peso delle imposte che riduce il reddito da investire e talvolta lo fa’ scomparire !!  ..recenti sudi economici sostenevano che la apple se fosse stata in Italia avrebbe avuto una capitalizzazione molto inferiore a quella che ha.
Il vero problema è che manca una politica industriale e giustamente nessuno si sente sicuro ad investire soldi anche nelle “proprie” imprese.
in realtà le imprese in Italia per la natura giuridica che hanno.. sono dello Stato!
saluti
luciana

Cara Sig.ra Luciana,
L’incertezza del carico fiscale è certamente uno dei motivi per cui l’imprenditore in passato ha preferito mantenere “l’impresa povera” di capitali e tenere la ricchezza sui conti personali, magari comprando dei capannoni, che oggi non riesce a vendere.
Quando un imprenditore estero chiede al suo consulente fiscale qual è il carico fiscale d’impresa in Italia, si sente rispondere “dipende”, poichè l’Irap colpisce in modo diverso a seconda del numero di persone occupate dalla società. Paradossale: più un’impresa assume, maggiore è il carico fiscale.
In relazione alla sua osservazione sull’assenza di una politica industriale, io direi piuttosto che servirebbe la certezza del diritto, tribunali speciali per le imprese funzionanti e regole fiscali definite per un decennio almeno, evitando di fare marcia indietro ogni trimestre anche con effetti retroattivi che ci fanno assomigliare a un’economia medievale con il signorottto di turno che aveva anche il beneficio dello “ius primae noctis”.

Un caro saluto,
Beniamino Piccone

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Le imprese devono contare meno sul finanziamento bancario