L’agonia della Lega Araba

Lo scorso 25 luglio, in Mauritania, ha avuto luogo il ventisettesimo summit della Lega Araba.

Si tratta di una organizzazione internazionale nata al Cairo nel 1945, e di cui fanno parte 22 nazioni arabe, incluse Somalia, Sudan, Mauritania, Gibuti e le Comore. Il suo scopo è quello di rafforzare le relazioni, promuovere gli interessi comuni e coordinare le politiche dei paesi membri.

L’agenda del summit, tenutosi sotto una grande tenda nella capitale mauritana, era apparentemente fitta; tema centrale di discussione era la minaccia del terrorismo, per poi toccare le crisi di Siria, Iraq, Yemen e Libia, terminando con “un classico”, ovvero la questione palestinese.

Il primo ministro egiziano ha evidenziato la necessità di una “strategia araba” per contrastare il terrorismo e la radicalizzazione, peraltro imputandone le cause principalmente alle ingerenze straniere in Medio Oriente. Il presidente yemenita Hadi ha invece lanciato un appello invitando i ribelli houthi alla resa, mentre il ministro degli esteri saudita ha ribadito che non potrà esserci soluzione alla crisi siriana finchè al Assad rimarrà al potere. Infine, il segretario generale della Lega Araba ha rimarcato il supporto all’ultima iniziativa francese diretta a rilanciare il processo di pace israelo-palestinese.

In realtà, il summit è stato un fallimento, tanto che si è deciso di terminarlo con un giorno di anticipo.

Infatti, vi hanno partecipato solo sette capi di stato ed erano assenti gli attori principali come il presidente egiziano al Sisi, quello palestinese Abbas, il re saudita Salman e quello di Giordania Abdullah II; nonostante il mandato d’arresto internazionale per crimini contro l’umanità si è invece presentato il presidente sudanese al Bashir.

Inoltre, non si è andati al di là di vaghe, vuote e più volte ripetute dichiarazioni d’intenti. Ad esempio, non è stato affrontato un tema centrale e concreto, come quello del progetto di creare una forza di difesa comune inter-araba. Poi, durante i lavori preparatori, sono emerse inconciliabili divisioni: ad esempio l’Iraq si è dissociato dalla richiesta saudita di condanna dell’Iran, mentre i sauditi hanno preferito svicolare in merito alla condanna della recente incursione turca nel Kurdistan iracheno.

Dunque il summit, che dovrebbe rispecchiare l’identità e l’unità araba, invece ne dimostra l’incapacità di affrontare le gravissime divisioni interne e crisi non solo politiche e di sicurezza, ma anche sociali ed economiche. Infatti, sintetizzando la situazione alla luce del fallimento del summit, emergono quattro considerazioni principali.

La prima è che il mondo arabo è diviso, sulla base di alleanze regionali fondate sulla polarizzazione politica, religiosa e petrolifera tra Arabia Saudita e Iran.

Secondariamente, il teatro mediorientale vede come attori principali paesi non arabi, come Iran, Turchia, Stati Uniti e Russia. In altri termini, in Medio Oriente, c’è un vuoto di potere che qualche anno fa ha facilitato l’affermazione del Da‘ish, oggi favorisce ingerenze esterne e guerre civili, un domani forse porterà alla disintegrazione di molti degli stati che oggi conosciamo.

In terza battuta, i governi sembra ben poco riescano a fare per affrontare i problemi politici, economici e sociali che hanno portato alla Primavera Araba; infatti, mentre molti paesi sono dilaniati da guerre civili od oppressi da dittature, in pochi tentano delle riforme, fra cui la Tunisia in politica e l’Arabia Saudita nel settore economico.

Infine, la Lega Araba, già da tempo in profonda crisi di legittimazione, è ormai esautorata da alleanze regionali e organizzazioni come il Consiglio di Cooperazione del Golfo.

Eppure, a fronte di un quadro così critico, la dichiarazione emessa durante il summit che ha fatto più scalpore è quella di un ministro libanese; lamentandosi delle strutture ospitanti ha definito “miserabile” la Mauritania. Altro che fratellanza araba.

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