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L’Isis è in profonda crisi, ma le sue ceneri nascondono nuove minacce

Il problema è che il califfato non è solo un'"entità solida", uno stato in senso politico. Caduto il Da'ish, c'è il rischio che centinaia di Foreign Fighters tornino in Europa dando vita ad una nuova ondata di terrorismo

Lo Stato islamico è in profonda crisi.
Il califfo al Baghdadi, per l’ennesima volta, è stato dato per morto sotto un bombardamento aereo. In Libia, le forze che sostengono il Governo di Unità Nazionale sono entrate combattendo a Sirte, epicentro dello Stato islamico in nord Africa. Intanto, in Iraq, sono già cadute Ramadi e Tikrit, mentre Fallujah è stata quasi riconquistata; dunque Mosul, seconda città del paese, ora è stretta tra le forze irachene –appoggiate dagli iraniani- che premono da sud e quelle curde  -appoggiate dagli americani- che premono da nord.

In Siria, dopo aver perso Palmira e molte altre aree riconquistate dagli assadisti e dai curdi, consistenti forze del califfato sono ormai circondate a Manbij, vicino al confine turco, sotto pressione delle Forze Democratiche Siriane, composte per lo più curdi appoggiati dagli USA.

La prossima mossa sarà una “gara” tra le forze lealiste di Assad, appoggiate da russi, iraniani e hizbollah libanesi, e quelle curde e arabo-moderate appoggiate dagli Stati Uniti, per accreditarsi la vittoria più prestigiosa, ovvero la presa di Raqqa, la capitale del califfato.

Insomma, il califfato è in crisi. Il Pentagono parla di 25.000 miliziani jihadisti uccisi e 800 milioni di dollari in contanti andati in fumo grazie ai bombardamenti aerei mirati, oltre alla rilevante perdita di territorio, popolazione assoggettata e pozzi petroliferi. Persa l’iniziativa militare e la capitale regionale di Sirte in Libia, con la caduta di Raqqa e Mosul il califfato si troverebbe disarticolato e battuto; alcuni esperti azzardano che già per la fine dell’anno il Da‘ish cesserebbe di essere uno stato, ormai cancellato dalle cartine geografiche.

Il problema, però, è che il califfato non è solo una “entità solida”, ovvero uno stato, in senso politico.

Il Da‘ish è infatti una sorta di genio malefico capace di cambiare aspetto e stato, in senso fisico. Sconfitto si trasformerà in un movimento liquido che, colando negli interstizi delle spaccature interne delle società di Siria, Iraq e altri paesi islamici, si renderà nascosto e invisibile. Tornerà alla guerriglia, soffiando sulle braci delle tensioni etniche, come quella curda in Siria, o settarie, come quella sunnita in Iraq. Dunque approfitterà del confuso e conflittuale futuro scenario Medio Orientale, rimanendo in latenza come un virus che si nutre di crisi etniche, religiose, economiche e politiche, pronto a sfruttare la prima occasione per riaffermarsi allo “stato solido”. La scomparsa dello Stato islamico renderà infatti evidente la debolezza politica, istituzionale e di legittimazione dello stato siriano e di quello iracheno, che resta da vedere se e come “riempiranno il vuoto” lasciato dal crollo del Da‘ish; il tutto in un quadro mediorientale dove anche paesi come l’Egitto si trovano in gravi difficoltà politiche ed economiche, mentre si acuisce la tensione tra Arabia Saudita e l’Iran.

Inoltre, la metafisica fondata su una utopia di islamismo fondamentalista rende il Da‘ish teoricamente capace di permeare anche aree molto differenti, come Nigeria o Libano, Egitto o Bangladesh, dunque potendo risorgere altrove dalle sue ceneri, come una malvagia Araba Fenice.

C’è infine una ultima rilevante considerazione. La liquefazione dello Stato islamico è destinata a produrre anche un velenossissimo gas, che evaporando rischia di intossicare proprio l’Europa. Infatti, da Francia, Belgio, Germania, Olanda e altri paesi europei sono partiti oltre 4000 volontari del jihad, i cosiddetti Foreign Fighters; il fondato rischio è che questi, caduto il califfato, a centinaia tornino in Europa dando vita ad una nuova generazione di terrorismo.

A cura di Giovanni Parigi
Esperto di politiche economiche mediorientali

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