L’insostenibile incoerenza della Consulta sulle pensioni

Una lucida analisi della sentenza che ha dichiarato illegittima parte della legge Fornero

L’incoerenza della Corte costituzionale sulle pensioni è insostenibile

Due anni fa l’economista della Bocconi  Roberto Perotti si è messo di notte a studiare i privilegi dei giudici della Corte costituzionale e si chiedeva come mai i giudici italiani devono guadagnare e costare il doppio dei colleghi tedeschi. E proseguiva: “Per il 2013 la Corte costituzionale prevede di pagare a ex giudici della Corte costituzionale e loro superstiti 5,8 milioni di pensioni. Al momento vi sono 20 ex giudici percettori di pensione e 9 superstiti. La pensione media è dunque esattamente di 200.000 euro all’ anno. C’è da sorprendersi che la Consulta abbia bloccato il seppur minimo taglio alle pensioni d’oro proposto dal governo Monti?”

Premesso tutto ciò, rileggiamo il passaggio chiave della sentenza che ha dichiarato incostituzionale la parte della legge Fornero (sacrosanta) relativa al blocco della perequazione inflattiva per le pensioni superiori a 3 volte il minimo (1.423 euro lordi al mese): “Sono stati valicati i limiti della ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere d’acquisto del trattamento stesso”.

Secondo le cronache i giudici costituzionali erano in parità 6 contro 6 (un assente che pare avrebbe votato contro) e solo il voto del presidente (che vale doppio) ha deciso il risultato finale. Si deve quindi al presidente Alessandro Criscuolo la sentenza d’incostituzionalità di questo punto della legge Fornero. Lo stesso giudice che vede lesa la ragionevolezza è lo stesso giudice che una volta in pensione avrà diritto ad autista, auto blu e telefono di casa pagato, oltre a una pensione nettamente superiore ai contributi pagati.

Andiamo avanti. Nella premessa alla bocciatura si legge: “Questa corte si era mossa in tale direzione ritenendo di dubbia legittimità costituzionale un intervento che incida in misura notevole e in maniera definitiva sulla garanzia di adeguatezza della prestazione, senza essere sorretto da una imperativa motivazione di interesse generale”.

Quando una prestazione è adeguata? Se un dirigente prende 3.500 euro di pensione ma col contributivo riceverebbe 2.500 – e quindi, povero dirigente (sic!), la fiscalita’ generale gli deve dare un sussidio di 1.000 euro – siamo al di là della ragionevolezza. Siamo alla follia.

La sentenza sostiene che la mancata indicizzazione delle pensioni “entrerebbe in collisione con gli invalicabili principi di proporzionalità”. Cari giudici, studiate i principi base dell’algebra! Con retributivo, la pensione è in 9 casi su 10 ben superiore ai contributi versati, per cui la pensione è sproporzionata al rialzo! L’interesse generale sta nell’evitare la bancarotta, cari giudici.
O, nel caso di second best, di avere le risorse per aiutare veramente chi ne ha bisogno, i bambini in famiglie disagiate, gli indigenti, le madri separate in condizioni di povertà assoluta con minori a carico. Questa botta da 20 miliardi la faremo pagare ai pensionati o alla fiscalità generale?

Non si può non essere d’accordo con Mario Calabresi quando scrive che “l’Italia ha estremo bisogno di un patto generazionale in cui genitori e nonni siano disposti a rinunciare a qualcosa per aiutare il Paese a creare spazi e occasioni per i loro figli e nipoti. Un patto nuovo che sostituisca quello non scritto in vigore oggi, in cui i genitori e i nonni mantengono con i loro risparmi e le loro pensioni quei figli che non trovano né spazio né lavoro e restano fino a trent’anni a casa”.

L’ESPERTO RISPONDE

Abbiamo creato un mostro insaziabile e con la Corte Costituzionale che confonde i diritti quesiti con i furti quesiti attraverso leggi che scaricano quei diritti/furti sulle future generazioni.
Si sta dividendo il paese tra coloro che dopo aver preso il malloppo (baby pensionati, militari, politici, politicanti e con il sistema rettributivo) non vogliono saperne di rinunciarvi e quelli che tra un po’ si rifiuteranno di versare e mantenere con i loro guadagni i beneficiari di tante leggi “anticostituzionali realmente”.
Sarà meglio allora far fallire l’INPS e garantire con lo Stato a tutti in base al solo versato e un minimo per i reali poveri con il sociale.
Purtroppo siamo nelle mani di una massa di approfittatori che pur di ottenere il potere mandano allo sfascio il paese.
Grazie per l’attenzione.
Mario P.

Caro Sig. P.,
Siamo d’accordo. Credo che il prof. Luca Ricolfi abbia anni fa illuminato l’opinione pubblica con il suo volume “Le tre società” (Guerini e Associati, 2007), nel quale spiega come abbiamo in Italia tre grandi gruppi sociali: la prima società, quella delle garanzie, fatta di dipendenti pubblici e dipendenti privati protetti dall’articolo 18; la seconda, quella del rischio, fatta di liberi professionisti, commercianti, artigiani, lavoratori autonomi, dipendenti privati delle imprese minori; e la terza società, per l‘appunto, composta di persone disponibili e interessate a un lavoro regolare – non illegale o in nero – che tuttavia non hanno accesso a questo tipo di lavoro.
Il problema italiano, che emerge sempre più, è che la società del rischio non è più in grado – poichè con un fardello grande come una piramide egizia sulla testa è impossibile andare avanti – di finanziare con le proprie tasse la grande marea dei garantiti (compreso Criscuolo & C. Della Corte Costituzionale, secondo i quali lo stipendio di 360 mila euro l’anno non è poi così alto).
Urge liberalizzare il mercato del lavoro – il Jobs Act è un primo passo – per far uscire la terza società dal gruppo degli outsiders e consentire loro di lavorare.
Un caro saluto,
B. Piccone

Egr. Prof.
concordo pienamente con le Sue considerazioni e sopratutto con la impostazione generale del suo ragionamento. Non sto qui a ripetere i concetti da Lei esposti. Mi soffermerò su un punto, secondo me, cruciale per la credibilità di questo paese. La questione delle pensioni riconosciute su base retributiva rappresentano uno scempio consumato sul futuro delle giovani generazioni. I giudici (che di fatto difendono uno status di cui beneficiano..) fanno appello al concetto di diritto acquisito, ma, molto più probabilmente, è un privilegio ingiustificato e ingiustificabile. La sentenza è quasi “grottesca”.
Per quanto riguarda la sentenza, come Lei riporta, è stata presa a maggioranza (6 voti favorevoli, 6 voti contrari) ed è passata perchè in questo caso il voto del presidente vale il doppio.
Più che una sentenza mi pare una sommatoria di opinioni divergenti e contrastanti!
In ogni caso, in un paese civile,dovrebbe essere vigente un principio: TUTTO CIO’ CHE E ‘ IMMORALE  NON PUO’ ESSERE CONFORME ALLA COSTITUZIONE e non può esserci legge che legittima trattamenti come le cosidette pensioni d’oro. E’ moralmente accettabile che la pensione di alcuni privilegiati (tra i quali anche componenti della consulta) assorba i contributi INPS che versa ogni 16 del mese un’azienda con 70 dipendenti? In altre parole, possiamo dire che i contributi INPS che il datore di lavoro versa ogni mese per 70 dipendenti sono destinati al pagamento della pensione di questi signori privilegiati. E questa sarebbe moralità?
Cordialmente
Stefano PETRUCCI

Caro Petrucci,
Le rispondo con le parole del grande giurista Arturo Carlo Jemolo, di cui ho studiato il carteggio con Paolo Baffi, governatore della Banca d’Italia dal 1975 al 1979, (Anni del disincanto, Aragno editore, 2014): “La parola diritto acquisito ha un fascino grande, presso i più degl’italiani, che non credono si debba scrutare come quel diritto sia stato acquisito né se abbia un fondamento in norme razionali o piuttosto in abusi”.
A distanza di anni, sono sempre valide le parole di Jemolo, datate 1978”.
Un caro saluto,
B. Piccone

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