Il mercato dell’arte ai tempi del Covid

I possibili scenari tra piattaforme online e ridefinizione dello spazio galleristico

Come nella fiaba danese “I vestiti nuovi dell’imperatore”, il Sistema-Arte sta svelando i suoi più intimi e nascosti meccanismi presentandosi come uno sfarzoso congegno globalizzato morbosamente dipendente da biennali, fiere ed aste, a reale sostegno di un ridotto gruppo di persone che ne gestiranno ancora per molto le sorti.

L’inatteso coronavirus ha agito come il bambino che nel racconto di Andersen grida che il re è nudo, fermando tutto e ristabilendo un assetto orizzontale in quello che all’apparenza si presenta come un sistema inclusivo, ma che in verità non lo è mai stato.

Il tourbillon esasperante di eventi globali se da un lato ha contribuito ad ampliare l’offerta culturale dall’altro ha concorso a svilirla, offuscando la capacità di registrare, sostenere e sedimentare intellettualmente linguaggi culturali coevi e passati. Allo sviluppo di questo circo hanno contribuito tutti gli attori del sistema, me compresa, a vari livelli, interessati più del farne parte che del capirne le reali problematiche.

Le colpe sono state molteplici: prima di tutto l’attuazione di un progressivo impoverimento del senso inderogabile dell’Arte: un concetto ribadito brillantemente dal critico americano Jerry Saltz, che in un recente articolo su Vulture lo definisce quale “strumento per inventare protocolli nuovi, per sperimentare l’estasi a partire dalla forma, per esplorare la coscienza, per disegnare una mappa della realtà, per creare costellazioni di comunicazioni silenziose che riecheggiano da un millennio all’altro”.

Tutto questo per arrendersi a un’economia rapida, un circuito di investimenti che altro non ha fatto che autoalimentare lo schizofrenico ingranaggio di eventi, volti esclusivamente alla rappresentanza e alla necessaria fame di novità; un processo che ha inevitabilmente generato fenomeni come la proliferazione di artisti “usa e getta”, creati ad hoc per soddisfare la curiosità dell’ennesimo booth fieristico, di nuove gallerie o spazi indipendenti nati sulle scie dei “trend”, dalla rapida ascesa e dalla ancor più rapida caduta, e delle ormai frequenti bolle di investimento architettate magistralmente da cordate di galleristi, a favore di autori dimenticati e ripescati strategicamente da un passato nemmeno troppo remoto.

A pagarne il conto più salato è stato il concetto di centralità (o di sana de-centralità) dello spazio “Galleria” – culle della registrazione più vivida dei fenomeni artistici e storici di un territorio – poco per volta, ogni giorno di più, abbandonate dall’attenzione dei collezionisti. Come accaduto nel commercio al dettaglio, l’Arte (o chi la gestisce) ha seguito le semplici regole della globalizzazione, spostando l’interesse dai piccoli esercenti ad una più allettante e ampia offerta del modello “Shopping Center”, sebbene sempre egregiamente celato dalla patina di un board curatoriale di eccellenza o il brand autorevole di una Biennale.

Non so se la memoria di questi giorni porterà a un reale cambiamento a livello sistemico, l’essere umano per natura è spinto a registrare solo ciò che lo tocca in prima persona, ma inevitabilmente dovremmo fare i conti con una crisi economica che si prospetta essere potenzialmente di dimensioni più durature di quella del 2008. Ad esserne coinvolti questa volta saranno anche i grandi investitori, il tonfo dei mercati finanziari costringerà a riconsiderare almeno per un po’, tutti i benefici di cui abbiamo goduto fino ad ora. Ancora una volta le peggiori conseguenze ricadranno su piccole e medie realtà private, quelle dalle risorse economiche limitate, dalle regolari spese di regime da sostenere e dalle rate dei prestiti bancari da restituire. E tutto ciò solo per esserci.

Cornice senza dipinto

L’unica arma a disposizione è sovvertire questo apparato agonizzante, riadattandosi e formulando nuove regole per uno scenario che almeno a breve-medio termine limiterà molto gli spostamenti e la realizzazione di quegli eventi massificati finora ritenuti “irrinunciabili”.

Proviamo a ipotizzare un possibile scenario futuro: fiere e aste, che si prevede debbano essere ridimensionate drasticamente in termini di afflussi numerici, per ovviare a tale carenza di partecipazione, dovranno necessariamente concentrarsi su un’offerta altamente più precisa e settoriale, abbandonando la caleidoscopica multi-offerta di linguaggi e generazioni al fine di favorire una naturale, drastica, selezione degli operatori del sistema a monte. Cambierà contestualmente anche l’approccio al collezionismo, vero motore propulsivo di tutta l’Arte che, proprio grazie a queste nuove limitazioni, probabilmente tornerà come da sua definizione etimologica a concentrarsi su una “raccolta precisa di oggetti della stessa specie”.

Una preziosa occasione per rinunciare alla vorace e multiforme compulsività d’acquisto (suggerita spesso dalle dubbie “classifiche” di alcuni magazine) e ritornare alla costruzione di un gusto e di una rete galleristica selezionata. Sfruttando la limitazione ai grandi spostamenti non essenziali, verosimilmente si potrebbe anche riportare il Sistema-Arte a essere un fenomeno maggiormente centralizzato, concentrandosi sulla ricerca artistica autoctona e spostando nuovamente i flussi economici dalla grandi manifestazioni internazionali al potenziamento strutturale dei propri spazi privati e ad un reale sostegno duraturo agli artisti.

Quadro di Yves Scherer esposto alla mostra By Your Side

Yves Scherer, 2020, courtesy Cassina Project, Milan

Da qui anche la ridefinizione dello spazio galleristico in sé, che mai come adesso può evolversi e potenziarsi, dislocandosi effettivamente ovunque grazie agli ormai noti ed efficaci strumenti virtuali. Molto può fare il web che già da qualche anno, per molti attori del sistema, è reale fonte quasi esclusiva di ricerca e vendita. Se fino ad oggi era strumento di sola amplificazione comunicativa, in questa condizione di distanziamento sociale si è trasformato in irrinunciabile strumento per la sopravvivenza.

Già molte gallerie e fiere stanno variando la propria offerta su piattaforme online avanzate: viewing rooms monografiche e mostre per immagini (e relativi prezzi), alcune delle quali offerte tramite vere e proprie realtà virtuali al fine di accorciare la distanza emozionale tra l’osservatore e l’opera. Del resto, già dai tempi del saggio di Walter Benjamin “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” ci si interrogava sul ruolo dell’Arte nelle società massificata, considerandola come “[…] apparizione, teofania di una realtà che sembra trascendere le proprie caratteristiche materiali”.

Siamo in attesa del sorgere di molteplici spazi simulati e di scoprire come si trasformerà l’approccio tra offerente e compratore; in una dinamica estesa di smart working, potrebbero concretizzarsi operazioni di compravendita esclusivamente online, da luoghi remoti come case o uffici e, dove possibile, gestiti logisticamente negli stessi atelier d’artista, limitando così gli innumerevoli spostamenti al quale sono sottoposte spesso le opere d’arte. Ripensare un’esposizione privata potrebbe persino significare la scelta di luoghi diversi dal classico – e oramai datato – concetto del “white cube”, avviando lo sviluppo di una rete di spazi privati alternativi o pubblici, già esistenti e atti a poterla accogliere.

Selezione e concentrazione delle risorse, definizione chiara degli obiettivi, diminuzione della logistica e del flusso dell’offerta culturale, potrebbero essere alcune tra le variabili per risolvere la nuova equazione dell’economia dell’Arte nel primo ventennio del XXI Secolo e conferire nuovamente il giusto valore all’unica cosa che conta, ovvero l’Opera d’Arte.

Articolo di Maria Chiara Valacchi, critica d’arte, curatrice indipendente e art writer

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