Grecia, cosa accadrà ora? La strada è in salita. L’esperto

Vince il No, Varoufakis si dimette. Ma ora il percorso è ad ostacoli

La Grecia schiaffeggia l’Europa (e l’Italia che le ha prestato 40 miliardi di euro).

Secondo i dati del Ministero dell’Interno greco i NO al referendum sono stati il 61,3% dei votanti. Il SI alla proposta dei creditori (che non so quanti greci abbiamo letto) ha preso solo il 38,7%. I votanti sono stati 5.803.987, intorno al 65% degli aventi diritto, superando il quorum.

I sostenitori del NO sono scesi in piazza per festeggiare, mentre il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis si presentava in conferenza stampa in T-shirt spiegando che “l’obiettivo è la ristrutturazione del debito e la fine dell’austerità”. Sull’austerità bisogna intendersi per uscire dai luoghi comuni. E’ necessario ricordare che i Paesi europei che hanno seguito la via delle riforme abbinate al taglio della spesa corrente – Irlanda, Spagna, Portogallo – hanno invertito la rotta recessiva e sono in decisa ripresa. Per andare sul concreto, per esempio la città di Larissa in Grecia ha il rapporto più alto d’Europa di SUV pro-capite. I greci hanno in modo fraudolento utilizzato gli aiuti della Politica Agricola Comune (PAC) per comprarsi i macchinoni. Prima dell’intervento dei creditori, il dipendente pubblico greco andava in pensione a 55 anni  e prendeva un bonus se arrivava puntuale in ufficio. Vogliamo tornare indietro? (Continua sotto)

Il primo ministro Alexis Tripras, dopo aver definito “criminali” i creditori internazionali, si dichiara disponibile a tornare al tavolo delle trattative (senza Varoufakis che si è dimesso stamane per favorirle) “con un programma reale di riforme, a con giustizia sociale”. E’ stata proprio l’assenza di un programma riformatore che ha portato le negoziazioni ad arenarsi. Dal momento della sua elezione in gennaio, Tripras è stato inerte sul fronte delle riforme strutturali, decisive per modernizzare un Paese paludato. Nessun passo in avanti è stato fatto sulla lentezza e farraginosità del sistema giudiziario, sulla pletorica pubblica amministrazione e sulla lotta all’evasione fiscale (gigantesca). Gli armatori greci continuano tranquilli (dal 1967 questo jus primae noctis è entrato nella Costituzione) a non dover pagare le tasse.

Non vedo proprio cosa abbiano da festeggiare i greci con il blocco confermato dei movimenti di capitale. Gli scambi commerciali (l’Italia è il terzo Paese esportatore in Grecia dopo Russia e Germania) sono impediti dal governo, visto che i pagamenti all’estero non si possono effettuare. Il limite di 60 euro al giorno ai prelievi bancari rimane. Iniziano a scarseggiare i beni di prima necessità. Tsipras sembra voglia attuare i propositi del giudice americano Oliver Wendell Homes (1809-1884): “Se i miei concittadini vogliono andare all’inferno, li aiuterò. E’ il mio mestiere”.

Le banche greche, esangui per i prelevamenti continui, seppur limitati come importo, si sono trovate senza fonti di finanziamento (funding) sul lato del passivo e – visto che hanno impieghi nei confronti delle imprese non immediatamente smobilizzabili – sarebbero costrette a non rispettare gli impegni di pagamento, per cui dichiarare lo stato di insolvenza. La Grecia quindi è appesa alla decisione di oggi della Banca Centrale Europea, alla quale la banca centrale greca ha chiesto l’estensione e l’allargamento dell’Emergency Liquidity Assistance al momento in essere per 89 miliardi di euro.

Col prodotto interno lordo in caduta libera, le prenotazioni dei turisti calate di 50.000 al giorno, import-export bloccato, tra breve partiranno gli aiuti umanitari, necessari per salvare la popolazione greca fiaccata dal governo Tsipras, definito con saggezza così dall’economista tedesco Lars Feld: “Un governo socialista è al capolinea quando finisce i soldi degli altri”.

A cura di Beniamino Piccone
Docente di Sistema Finanziario e Private banker

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