Governo, da mini condono a scintille Letta-Salvini: tensione nella maggioranza

In tanti, adesso, fanno buon viso a cattivo gioco ma le evidenti differenze iniziano a venire in superficie

La vera scommessa del Governo a trazione Draghi è – oltre, ovviamente, a traghettare il Paese fuori dall’emergenza – riuscire a mettere d’accordo le diverse anime della maxi maggioranza che lo sostiene. Passaggio senza il quale, di fatto,  fallirebbe l’obiettivo. Fin qui, su indicazione del Presidente del Consiglio, la parola d’ordine è zero polemiche e profilo basso. Tanto che persino il combattivo Matteo Salvini, su più di una questione, ha cambiato repentinamente strategia, facendo buon viso a cattivo gioco.

Così, stavolta, laddove ha fatto un passo indietro, ci ha pensato il neo Segretario del PD a far salire l’asticella della tensione. A poche ore, dalla sua plebiscitaria elezione, ha pensato bene di ritirare fuori dal cassetto la vexata quaestio Ius soli che in un baleno ha risvegliato il “dormiente” leader della Lega. Non solo: dopo il via libera in CdM, a quello che lo stesso Draghi ha chiamato, senza giri di parole, condono, Letta è tornato a punzecchiare.

SCINTILLE LETTA- SALVINI – “Molto bene. Il dl Sostegni interviene su salute, scuola, turismo, cultura e aiuta lavoratori e imprese. Bene Draghi. Bene i ministri. Male, molto male che un segretario di partito tenga in ostaggio per un pomeriggio il Cdm, senza peraltro risultati. Pessimo inizio Salvini”, ha scritto su Twitter, il neo segretario del PD, commentando l’approvazione da parte del Cdm del decreto Sostegni. Non si è fatta attendere la replica, tra l’ironico e lo stizzito, del leader della Lega: “Basta con le polemiche, Enrico stai sereno”.

Tutto risolto? Ovviamente no. La verità è che il mini condono con il paletto del reddito, entrato in extremis nel decreto Sostegni al termine di un lungo braccio di ferro, è la sintesi voluta dal Premier Draghi che però non soddisfa completamente la Lega, pronta a rilanciare la posta in palio nell’iter parlamentare. Il falò acceso dal decreto che ha visto la luce lo scorso venerdì brucia, infatti, 16 milioni di cartelle 2000-2010, con la loro imposta non pagata, gli interessi e le sanzioni, contro i 61 milioni che sarebbero state cancellate dallo stralcio generalizzato fino al 2015 presente nelle bozze iniziali.

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