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Europa – Usa, fine dell’idillio? Le Presidenziali non scaldano il clima

Perché l'Europa è destinata ad occupare un ruolo sempre meno centrale negli interessi geopolitici USA. A prescindere dal prossimo President

Mentre le primarie statunitensi, che nel frattempo sono giunte a metà cammino, paiono avviate verso un risultato sufficientemente chiaro, le posizioni espresse dai candidati rimasti in lizza autorizzano gli osservatori a interrogarsi non senza timori riguardo a quale potrà essere l’impatto delle prossime elezioni presidenziali sulle relazioni fra Stati Uniti ed Europa.

Dopo una prima fase d’innamoramento spesso acritico (del quale la manifestazione più emblematica è stata l’attribuzione ‘sulla fiducia’ del premio Nobel per la Pace nel 2009 al Presidente da poco insediato), l’atteggiamento del Vecchio Continente nei confronti dell’amministrazione Obama si è notevolmente raffreddato, fino ad assumere, negli anni del secondo mandato, toni di aperta ostilità. Accuse di debolezza e indecisione, in parte giustificate dalla postura cauta assunta della Casa Bianca in una lunga serie di occasioni, hanno concorso ad alimentare un senso di mutuo estraniamento che gli stessi Stati Uniti hanno favorito, ribadendo più volte come l’Europa – pur rimanendo un partner politico ed economico fondamentale – sia destinata ad occupare un ruolo sempre meno centrale fra i loro ambiti geopolitici d’interesse.

Che il prossimo novembre, alla Casa Bianca, arrivi un Presidente democratico (con ogni probabilità l’ex first lady e Segretario di Stato, Hillary Clinton) o uno repubblicano (il navigato Ted Cruz, l’outsider Trump o, più difficilmente, il Governatore dell’Ohio, John Kasich), questo stato di cose non appare destinato a cambiare. Tenendo anche conto del fatto che in campagna elettorale i temi interni tendono a prevalere su quelli di politica estera, l’attenzione che i candidati hanno sinora dedicato alle questioni internazionali è stata quanto meno scarsa. Ancora minore è stata quella dedicata alle questioni europee e al rapporto con l’Europa. Sia sul fronte repubblicano (generalmente più incline a ridurre l’esposizione degli Stati Uniti all’estero) sia su quello democratico, altri temi e altre aree hanno attirato una maggiore attenzione: dai rapporti con la Russia alla minaccia terroristica, dai rapporti con la regione Asia-Pacifico (ambito nel quale il sentimento di amore/odio nei confronti della Cina ha tenuto banco) a quelli con i Paesi del near abroad statunitense, Messico in primis.
Nemmeno il TTIP, priorità ‘alta’ per l’agenda dell’amministrazione Obama, sembra essere riuscito ad alimentare un reale dibattito se non (forse) per le sue ricadute occupazionali.

Il novembre 2016 segnerà, quindi, la fine dell'”amore” che per oltre settant’anni ha unito le due sponde dell’Atlantico? E’ forse presto per dirlo. E’ tuttavia chiaro che il dibattito attuale, lungi dall’essere un semplice prodotto della campagna elettorale, rappresenta il risultato di dinamiche di lungo periodo. Il riorientamento del perno geopolitico USA verso l’Asia e il ridimensionamento della presenza in Medio Oriente – due obiettivi che l’amministrazione Obama ha perseguito (seppure con forza variabile) sin dagli anni del primo insediamento – rispondono alla medesima logica. L’overstretching degli otto anni di George W. Bush (2001-2009) ha lasciato un segno profondo nel partito repubblicano, mentre sul fronte democratico le ambizioni clintoniane dell'”allargamento democratico” hanno dato il passo a un atteggiamento assai meno interventista. Nonostante questo, gli Stati Uniti sono e rimangono una Potenza dalle ambizioni globali e solo attraverso una definizione attenta delle priorità possono sperare di capitalizzare al meglio questo loro status. Tutto ciò – oggi – sempre più a scapito di un’Europa che Washington considera ormai taken for granted (data per scontata).

A cura di Gianluca Pastori
Docente nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

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