Etica, divieti, credito: la Finanza ‘halal’ fra religione e business

Se la caratteristica più nota della finanza islamica è quella del divieto di ottenere o concedere interessi, in realtà, siamo di fronte ad un fenomeno ben più ampio e complesso

Sulle vetrine di molte rosticcerie kebab c’è scritto “halal”, ovvero “permesso” dalla religione; in altri termini, non si serve carne di maiale. Ebbene, in questi casi siamo di fronte non solo ad un divieto religioso, ma – in qualche modo – anche l’estrinsecazione di una norma di economia e finanza islamica.
Infatti, se la caratteristica più nota della finanza islamica è quella del divieto di ottenere o concedere interessi, in realtà, siamo di fronte ad un fenomeno ben più ampio e complesso.

Del resto, punto di partenza è la religione che, nella prospettiva islamica, incide su ogni aspetto della vita umana; pertanto, idealmente, anche l’economia dovrebbe essere regolata dai principi religiosi. Questa situazione ha due importanti conseguenze: la prima è che l’economia è pervasa da norme di natura etica, che mirano ad una giustizia su principi religiosi; dunque, siamo lontani dai principi della finanza tradizionale. La seconda conseguenza è che siamo di fronte ad un sistema completo, che copre non solo settori tipici dell’economia, come il settore finanziario, bancario, assicurativo ma anche gli strumenti finanziari, il credito al consumo e alimentazione e persino turismo. In realtà, la pervasività e la rispondenza ai precetti islamici delle legislazioni e dei sistemi economico-finanziari dei paesi musulmani è molto diversificata, con enormi differenze tra stati come ad esempio l’Arabia Saudita ed il Libano.

Passando ora all’analisi dei fondamenti della finanza e dell’economia islamica, il principale divieto è quello che colpisce l’interesse e l’usura. In realtà questo divieto colpisce sia l’interesse nelle transazioni finanziarie e commerciali (ribā), che il guadagno a seguito di attività soggette a forte incertezza (gharār), oltre che la speculazione e l’azzardo (maysir). Il concetto di fondo, basato su principi di equità e giustizia, è quello che non sia lecito alcun guadagno senza l’assunzione di un rischio; in realtà, questo concetto è parte di una serie di principi etici, morali e sociali guida per ogni attività economica. Peraltro, è da evidenziare come storicamente sia l’ebraismo che il cristianesimo abbiano condannato l’usura e l’interesse.

Il fatto è che siamo di fronte ad un insieme di norme che oltre ad un valore prettamente giuridico, al contempo sono anche precetti religiosi. Un esempio di questa doppia valenza giuridico-religiosa è dato dal divieto alla conclusione di contratti che hanno per oggetto la produzione, distribuzione o scambio di alcol o carne di maiale. Non bisogna però pensare che la religione blocchi o limiti l’economia subordinandola a divieti troppo stretti: in realtà i due principi cardine sono che è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato, e che le parti sono libere di negoziare come preferiscono termini e condizioni di qualsiasi negozio o transazione, purchè non vìolino norme della legge islamica. In altri termini, la Shari’a (legge islamica) pone limiti determinati all’attività negoziale o d’impresa, ma la di fuori di anzidetti limiti le parti possono agire in estrema libertà. Anzi, l’islam stesso vede con favore l’esercizio di attività imprenditoriali e commerciali, in quanto considerate come un veicolo di miglioramento della società nel suo complesso, mentre i vincoli imposti dalla legge islamica sono diretti a limitare le attività che potrebbero danneggiare la società stessa.

In conclusione, l’economia e la finanza islamiche si sono sviluppate seguendo un percorso alternativo rispetto a quello dell’economia e finanza convenzionali, rimanendo infatti più legate alla dimensione religiosa. Ciò nonostante, oggi sono numerosi e diffusi in tutto il mondo gli strumenti finanziari, le formule contrattuali e i rapporti bancari “islamicamente corretti”, proprio come il negozio di kebab con l’avviso che si serve carne “halal”.

A cura di Giovanni Parigi
Esperto di politiche economiche mediorientali

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