Elezioni Usa: e se vincesse davvero Donald Trump?

La convention ha deciso, il tycoon è il candidato repubblicano

Gianluca Pastori

Gianluca Pastori Docente di Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l'Europa nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Capire come si strutturano i rapporti fra le due sponde dell’Atlantico ha un'importanza centrale non solo per ragionare intorno alla distribuzione del potere e della ricchezza, ma anche per provare a immaginare come questa evolverà in futuro

Nei giorni della convention repubblicana di Cleveland, i sondaggi spingono con forza l’ipotesi di un testa a testa – nelle presidenziali del prossimo novembre – fra Hillary Clinton, all’inizio accreditata di una facile vittoria, e il suo rivale Donald Trump. Gli affidabili dati di RealClearPolitics danno oggi i due avversari separati in media da 2,7 punti percentuali (Clinton 43,7; Trump 41,1). Un sondaggio CBS/New York Times li colloca addirittura alla pari (40%), mentre uno del Los Angeles Times vede in vantaggio Trump con il 43% dei consensi contro il 42% della Clinton.

Pur prendendo le cifre con tutte le cautele del caso, si tratta di un risultato indicativo. Esso rappresenta l’esito di un processo iniziato nella tarda primavera e che ha a che fare da una parte con il fatto che l’elettorato repubblicano – profondamente diviso nel corso delle primarie – ha trovato ora un candidato intorno a cui raccogliersi; dall’altra con la graduale erosione del bacino di consenso con cui Hillary Clinton aveva iniziato la sua corsa. Ciò non significa che la strada di Trump verso la Casa Bianca sia tutta in discesa. Lo sforzo per accreditarsi agli occhi di una parte dell’elettorato repubblicano rappresenterà una parte importante del suo impegno nei prossimi mesi.

In ogni caso, sono lontani i tempi in cui Bloomberg attribuiva all’ex Segretario di Stato dodici solidi punti di vantaggio sul rivale. Sebbene la battaglia sia ancora aperta (sopratutto quella per la conquista dei c.d. ‘swing states’, gli Stati ‘in bilico’, il cui esito si rivela in genere fondamentale per il risultato finale), sarebbe, quindi, forse il caso di cominciare interrogarsi su cosa potrebbe significare – per gli Stati Uniti e per l’Europa – l’ipotesi di un arrivo di Donald Trump allo Studio Ovale.

Finora, le posizioni del tycoon newyorkese sono state guardate con diffusa sufficienza, complice anche il modo raramente ortodosso cui cui sono state presentate. In realtà, al di là della dimensione ‘di protesta’ che le sottende, esse forniscono una serie di elementi con cui è opportuno confrontarsi.

Il punto di partenza è che sicuramente gli Stati Uniti di Trump saranno una realtà meno presente sulla scena internazionale rispetto a quelli di Hillary Clinton. Questo, se da una parte richiama alcune posizioni assunte da George W. Bush all’inizio del suo primo mandato, dall’altra traccia una certa paradossale linea di continuità con gli anni di Barack Obama. Seppure in forma abbastanza generica, Trump ha evidenziato in varie occasioni la necessità di chiudere i contenziosi nei quali gli Stati Uniti si trovano oggi coinvolti (primo fra tutti quello con la Russia) e anche l’enfasi che riserva alla necessità di rafforzare il potenziale militare nazionale è presentata in termini strettamente difensivi.

Sul piano economico le cose non cambiano. Trump si è espresso con forza contro i trattati di libero scambio che costituivano una parte importante della politica estera dell’amministrazione Obama, soprattutto contro il TPP, fortemente voluto da Hillary Clinton all’epoca della sua permanenze al Dipartimento di Stato e accusato di favorire il capitale straniero (in particolare cinese) a danno dei lavoratori americani e del loro tenore di vita. Nonostante una vaga fiducia nei ‘benefici della globalizzazione’ (di cui Trump si dichiara convinto), il punto che emerge è, anche qui, quello di evitare che gli Stati Uniti e i loro cittadini debbano farsi carico dei costi di un ordine internazionale che, nella retorica del candidato repubblicano, andrebbe a beneficio soprattutto dei loro interlocutori.

Da questo punto di vista, i partner europei occupano un posto privilegiato. Trump si è già espresso duramente nei confronti dell’Alleanza Atlantica, da lui definita costosa e obsoleta. Allo stesso modo, ha già espresso il suo auspicio che l’Europa sia chiamata a fornire un contributo più consistente alla difesa comune, ponendo come alternativa un disimpegno della presenza USA dal Vecchio Continente.

A livello commerciale, la sua critica ai patti di libero scambio mette in serio dubbio il prosieguo delle trattative per la stipula del contestato accordo TTIP; un’eventualità, questa, sufficientemente concreta da spingere Obama a rimarcare più volte la necessità di giungere a una firma (peraltro improbabile) entro la fine dell’anno. Il processo di allontanamento fra le due sponde dell’Atlantico sembra, quindi, destinato a proseguire, visto anche quello che i sondaggi indicano come l’atteggiamento prevalente dell’opinione pubblica. Da questo punto di vista, la piattaforma politica di Trump esprime bene la volontà di ripiegamento di larga parte dell’elettorato (soprattutto repubblicano), per cui l’impegno degli Stati Uniti nelle questioni internazionali sarebbe già troppo alto.

Questo non significa che un successo di Trump nella corsa per la presidenza si tradurrebbe, da un giorno all’altro, nella fine di un rapporto che si è sviluppato in quasi settant’anni. La sua piattaforma presenta vari punti di convergenza con gli interessi di alcuni Paesi europei; la normalizzazione delle relazioni con Mosca è uno dei possibili esempi. La vera novità risiede in questo. E’ su questi interessi contingenti, infatti, più che sulla vecchia rete dei rapporti formalizzati, che, con ogni probabilità, sarebbe destinato a reggersi il legame fra l’Europa e i ‘nuovi’ Stati Uniti di Donald Trump.

Elezioni Usa: e se vincesse davvero Donald Trump?

Gianluca Pastori Capire come si strutturano i rapporti fra le due sponde dell’Atlantico ha un'importanza centrale non solo per ragionare intorno alla distribuzione del potere e della ricchezza, ma anche per provare a immaginare come questa evolverà in futuro Insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l'Europa nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Collabora inoltre con vari enti di ricerca e formazioni pubblici e privati a livello nazionale, fra cui l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), dove è Coordinatore della ISPI Winter/Summer School "Le politiche energetiche dell'Unione Europea". Oltre che per diverse riviste scientifiche, in Italia e all'estero, ha scritto per testate quali T-Mag, Formiche e AGI Energia e per l'Atlante Geopolitico Treccani 2014 e 2015. http://docenti.unicatt.it/ita/gianluca_pastori/

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