Draghi spacca i partiti: cosa faranno M5s, Berlusconi, Salvini e Meloni

Il governo sarà tendenzialmente tecnico e poco politico, nei partiti c'è parecchia agitazione ma sarà difficile per chiunque chiamarsi fuori.

Partiamo dai dati certi: la crisi di governo che ha chiuso l’esperienza a palazzo Chigi di Giuseppe Conte non è solo la resa della politica dinanzi alle sfide del momento, ma la riedizione del dopo Tangentopoli, quando l’Italia fu costretta ad affidarsi ad un altro banchiere, Carlo Azeglio Ciampi, dopo la slavina che travolse i partiti. Oggi siamo nella stessa situazione, con l’aggravante di un’implosione della politica data dalla prorpia insipienza e non da una vasta inchiesta giudiziaria come fu allora.

Bravi politici, nessuno statista

La legislatura in corso ha innanzitutto evidenziato come il panorama politico attuale sia pieno di finissimi strateghi politici, ma nessun vero statista. Non Conte, che ha limitato a pochi eletti le persone cui appoggiarsi e che ad un certo punto ha dato l’impressione di tenere davvero più alla poltrona che all’orizzonte del Paese. Non Renzi, che ha rovesciato il tavolo con l’unico scopo di rompere il patto M5s-Pd e restituire spazio politico alla sua agonizzante Italia Viva. E non Salvini, che a suo tempo fece la stessa cosa che ha fatto Renzi con l’obiettivo di prendersi tutto alle elezioni. Visione a lungo termine per il Paese? Quella deve mettercela Mattarella, e la scelta di Mario Draghi va ovviamente in questa direzione.

Draghi garante

Perché Mario Draghi è evidentemente, in prima istanza, il moglior garante possibile per l’Italia all’interno del meccanismo europeo, e la miglior garanzia per l’UE che i soldi del Recovery Fund siano impiegati secondo le linee guida. I 209 miliardi di fondi europei sono una sorta di ultima spiaggia, il duo Conte-Arcuri non dava più le necessarie garanzie agli ambienti europei, i sovranisti eventualmente al potere ancora meno (tolti i tempi tecnici necessari a votare e fare un nuovo governo giustamente evidenziati dal Colle). La pandemia e la difficile situazione dei conti pubblici rendevano il sentiero ancora più stretto, e Mattarella si è giocato la carta Draghi, che teneva in tasca da alcune settimane.

Cosa faranno i partiti

Ora la partita si sposta in Parlamento, dove servono i voti per la fiducia. Non è pensabile che Mattarella mandi allo sbaraglio uno come Draghi senza che siano già state sondate in precedenza le strade necessarie. Tuttavia nelle segreterie dei partiti c’è parecchia tensione, perché l’imbuto del governo tecnico rischia di allargare le crepe o le spaccature latenti all’interno delle varie forze politiche. Anche perché, come accennato, l’esecutivo sarà molto tecnico e molto poco politico, e dunque con poche poltrone disponibili.

Sì da PD e Renzi

Il Sì a Draghi è arrivato ovviamente subito da Renzi, che si intesterà fino in fondo l’operazione, e dal Pd, rimasto col cerino in mano dopo essersi immolato per un impossibile Conte-ter. Da definire la posizione della sinistra di Liberi e Uguali, tendenzialmente possibilista su Draghi ma determinata a non appoggiare un programma di “macelleria sociale” come rischia sempre di essere quello di un governo tecnico. Ovvio sì anche da tutta la pletora di centristi di varia natura che erano pronti a sostenere Conte.

Forza Italia versi il sì

A dispetto delle professioni di unità granitica del Centrodestra, professate soprattutto da Salvini, si va in ordine sparso. Forza Italia va decisa verso il sì, anche perché quello di Mario Draghi è un nome che anche Silvio Berlusconi aveva speso in passato. E poi perché dentro Forza Italia, specie in area Carfagna, si è sempre sottolineata l’anima liberale ed europeista del partito rispetto ai sovranisti della destra più pura. Potrebbe esserci una spaccatura, ma il sì sempra decisamente prevalente.

M5s ago della bilancia

Naturalmente i riflettori sono puntati soptattutto sul M5s, maggiore forza parlamentare e reduce dalla doppia scottatura Conte. L’ala Di Battista, che ha scelto di rappresentare i ‘duri e puri’ ed il Movimento ‘delle origini’, è per il no, così come le dichiarazioni di tutti i big del partito sembrano disegnafre un M5s compatto contro la fiducia a Draghi. In realtà l’ala che fa capo a Di Maio sa perfettamente che un no a Draghi vorrebbe dire uscire dal perimetro europeo della famosa ‘maggioranza Ursula’, col rischio della completa irrilevanza. E poi ci sono i parlamentari: molti dei quali determinati a finire la legislatura e quindi a votare sì.

Salvini e Meloni

E poi c’è come detto la destra, che fa professione d’inflessibilità ma in realtà è già ‘organica’ al nuovo esecutivo nelle parole dei suoi leader. L’unità del centrodestra è solo nella forma, ma da giorni si va in ordine sparso. Detto di Forza Italia, Matteo Salvini insiste sul ‘contronto con Draghi prima di decidere’, ma in realtà non potrà fare altro che appoggiare il governo nascente (con la fiducia o con l’astensione/appoggio esterno) per evitare la scissione dell’ala ‘moderata’ che fa capo a Giorgetti ed ai governatori Zaia e Fedriga ed è favorevolissima ad appoggiare Draghi oltre che allontanarsi definitivamente dalle posizioni sovraniste di stampo lepenista. Posizioni che resterebbero appannaggio di Giorgia Meloni e FdI, ma nemmeno in questo caso si registra un diniego deciso. La Meloni propone un’astensione di tutto il centrodestra, segno evidente di imbarazzo. Salire sul carro non è il massimo, restare giù da soli è pure peggio.

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