Cuba – Usa, è sgelo sui Caraibi. Gli interessi in gioco

Il maggiore alleato del Presidente nell'apertura a Cuba è il mondo degli affari. Ma il Congresso rema contro e con esso anche due "big" americani... di origini cubane

La riapertura delle relazioni diplomatiche con Cuba rappresenta – insieme con la stipula dell’accordo sul nucleare iraniano – il risultato più significativo che l’amministrazione Obama ha ottenuto sulla scena internazionale nei suoi otto anni di vita; un risultato tanto più eclatante se si considera il fatto che i rapporti fra i due Paesi erano sostanzialmente inesistenti da quasi sessant’anni.
Gli intercorsi ufficiali fra Stati Uniti e Cuba erano stati, infatti, sospesi nel 1961 ed erano ripresi in forma limitata, con l’apertura di un ufficio di commerciale (Oficina de intereses) e coi buoni uffici della rappresentanza svizzera, solo nella seconda metà degli anni Settanta. I primi limiti agli scambi commerciali erano stati introdotti nel luglio 1960 ed erano stati estesi poi sino a trasformarsi in un blocco di tutti i traffici destinato a durare ben oltre la fine della Guerra Fredda. Così, ancora nel 1996, l’Helms-Buron Act aveva introdotto sanzioni secondarie contro i soggetti internazionali e i cittadini anche non statunitensi che avessero avuto rapporti economici con L’Avana, sollevando non poche proteste per l’impatto che le politiche di Washington avevano sul principio della libertà degli scambi e sulla sovranità degli Stati. Oggi, tutto ciò, sembra appartenere a un tempo definitivamente passato. Ai primi di maggio, l’arrivo della nave da crociera americana Adonia nel porto de L’Avana ha segnato anche simbolicamente la fine dell’isolamento del Paese caraibico e la riapertura della sua offerta turistica al ricco mercato che si trova a poche centinaia di miglia dalle sue coste; il primo passo, secondo i fautori della politica portata avanti dell’amministrazione, per il ritorno a pieno titolo di Cuba dentro lo spazio economico statunitense.
Tuttavia, perché ciò accada, occorre che l’amministrazione Obama – nei pochi mesi in cui rimarrà ancora in carica – riesca a rendere irreversibile un processo che continua a incontrare resistenze. La fine dell’embargo commerciale deve necessariamente passare dalle forche caudine di un Congresso che, in questo anno elettorale, non si è segnalato per attivismo. Varie figure dell’establishment repubblicano (in primo luogo il Senatore della Florida ed ex candidato alla nomination presidenziale, il ‘cubano’ Marco Rubio) hanno già manifestato la loro intensione di ostacolare il disgelo in ogni modo possibile. Questa posizione è appoggiata da esponenti del Partito democratico come il Presidente della Commissione Affari Internazionali del Senato, Bob Menendez, anch’egli di origini cubane.
Il maggiore alleato del Presidente nell’apertura a Cuba è il mondo degli affari. Data per scontata la volontà dell’Avana di normalizzare i rapporti commerciali con gli USA, sin dall’annuncio del possibile ‘disgelo’, nel dicembre 2014, diverse delegazioni statunitensi si sono recate a Cuba, spesso con l’appoggio bipartisan dei Governatori e/o dei rappresentanti dei rispettivi Stati al Congresso. La stessa US Chamber of Commerce ha promosso la costituzione di un US-Cuba Business Council, con il sostegno di grandi nomi dell’industria, fra cui Caterpillar, Kraft Heinz, Boeing e American Airlines. Né le visite, né l’attività dello US-Cuba Business Council sembrano, tuttavia, essersi tradotti in veri contratti. Al di là delle difficoltà che la realtà cubana pone (soprattutto in campo infrastrutturale), sono i timori legati a uno scenario politico e a un quadro legale ancora incerti a rappresentare il freno maggiore.
Il problema appare di difficile soluzione. Come nel caso iraniano, l’incertezza che pesa sul futuro delle attuali aperture rappresenta il principale ostacolo al rafforzamento del processo in corso; d’altro canto, proprio la debolezza di questo processo scoraggia gli operatori dall’investire in maniera credibile un’impresa il cui rischi rimangono elevati. Lo stretto legame che esiste fra la scelta di riavviare i rapporti con Cuba e l’immagine dell’amministrazione Obama, inoltre, aumenta la possibilità che il prossimo inquilino della Casa Bianca – chiunque esso sia – decida di ‘ridimensionare’ una politica troppo chiaramente associata al suo predecessore. Il fatto che la maggior parte delle misure che l’amministrazione Obama ha promosso sia stata adottata attraverso executive orders, se ha permesso di bypassare il problema delle possibili resistenze del Congresso, ha anche portato alla costruzione di una castello normativo fragile e facilmente smantellabile per la semplice via amministrativa. E’ stato da varie parti rilevato come le attuali aperture dovrebbero costituire una sorta di ‘cavallo di Troia’, capace di rafforzare, nell’opinione pubblica, il favore che già esiste riguardo ad una normalizzazione ‘solida’ dei rapporti Stati Uniti-Cuba. Secondo alcuni sondaggi un simile favore emergerebbe anche presso la nuova generazione di cubano-americani della Florida meridionale, un bacino sino ad oggi largamente e compattamente contrario a qualsiasi forma di dialogo. Perché questa strategia abbia successo è tuttavia necessario che essa – specie nella fase di radicamento – garantisca abbastanza benefici a tutte le parti in gioco. Una condizione che, conti alla mano, non sembra ancora essersi realizzata.

A cura di Gianluca Pastori
Docente nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

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