Cosa lega il PIL, Facebook e le tasse che paghiamo tutti i giorni

Si sente parlare sempre di Prodotto Interno Lordo, ma non sempre si sa cosa sia e a cosa serva veramente. E nemmeno cosa c'entri con Facebook e le nostre tasse

Se ne parla quotidianamente: PIL è uno di quei termini presenti ogni giorno sui quotidiani e che incute sempre qualche timore. Se però ci si chiede che cosa sia realmente il PIL e perché sia tanto importante tenerlo in considerazione, la risposta può essere poco chiara.
Se poi si pensa che il PIL può essere legato a Facebook e alle tasse che paghiamo tutti i giorni, la questione si fa più complessa. Vediamo di fare chiarezza.

Che cos’è il PIL e come si calcola

Il Prodotto Interno Lordo, abbreviato in PIL, è il valore di tutti i beni e i servizi prodotti all’interno di uno Stato in un determinato periodo di tempo. All’interno del PIL, sono considerati i prodotti e i servizi venduti, mentre sono esclusi quelli destinati all’autoconsumo o resi gratuitamente. Nel calcolo del PIL non si considera la nazionalità del produttore, ma l’area geografica in cui il prodotto o il servizio viene realizzato: così, una società internazionale che produce in Italia porterà valore al PIL italiano. Il Prodotto Interno è Lordo in quanto nel calcolo sono compresi i deprezzamenti di tutti i beni che compongono il sistema produttivo e che con il tempo devono essere sistemati, perché perdono valore o si deteriorano.
Per ottenere il PIL, vengono utilizzate le dichiarazioni fiscali e i bilanci di persone fisiche, imprese e aziende. Tuttavia nel PIL sono presenti anche “stime”, che riguardano il cosiddetto “sommerso”, ovvero attività illegali o in genere fenomeni difficilmente tracciabili. A volte possiamo sentir parlare di PIL nominale, che consiste nel valore di tutti i beni e i servizi misurati a prezzi correnti. A differenza del PIL nominale, il PIL reale misura i beni e i servizi prodotti in un determinato arco di tempo.

Come sta andando il PIL italiano negli ultimi anni

L’ultimo calcolo del PIL italiano attesta il prodotto interno lordo a 1.935 miliardi di dollari americani. All’interno dell’eurozona, l’Italia si trova quinta nella classifica dei PIL, preceduta da Germania, Regno Unito e Francia. Il PIL però non è la sola cifra utile per valutare la salute di uno Stato: bisogna considerare anche il debito pubblico, ovvero il debito che lo Stato ha nei confronti del settore privato e della Banca Centrale. Il debito pubblico si crea quando lo Stato spende più di quanto siano le entrate. Nonostante le diverse manovre, il debito pubblico continua a salire, arrivando a toccare quasi il 133% del PIL e sugli italiani pesa un fardello di 38 mila euro a testa. Oltre al debito pubblico, è importante considerare il concetto di deficit, ovvero la differenza tra le entrate e le uscite dello Stato, quando le spese superano gli incassi.

Perché PIL, debito e deficit vengono misurati

Lo abbiamo detto: il Prodotto Interno Lordo è uno degli indicatori più interessanti che permettono di valutare la “salute” di un sistema economico. Tuttavia, PIL non è importante solo a livelli statistici. Esso infatti viene utilizzato per regolare i rapporti di appartenenza degli Stati all’Unione europea e alla zona Euro. Nel 1997 infatti è stato sottoscritto il Patto di stabilità e crescita dagli appartenenti all’Unione monetaria europea e nel 2012 è stato firmato il Fiscal Compact. Secondo questi due accordi, il rapporto tra deficit e PIL non deve risultare superiore al 3% e il rapporto tra debito e PIL deve essere ridotto di un ventesimo all’anno, se superiore al 60%, così da portarlo a meno del 60% nel 2032.
Per questo PIL, debito e deficit sono tenuti costantemente monitorati: un prodotto interno lordo che cresce poco e un debito molto elevato, che sembra invece non diminuire, causano un rapporto tra debito e PIL, che è destinato a rimanere troppo alto ancora per diversi anni. E quindi una difficoltà, da parte dello Stato, nel rispettare gli impegni presi a livello europeo.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel 2021 il rapporto tra debito e PIL italiano si ridurrà al 125%, cifra ancora molto lontano dal 60% richiest dal Fiscal Compact. Ciò significa che l’Italia avrà meno di 12 anni per diminuire il rapporto di 65 punti percentuali. Se tuttavia la Penisola non dovesse trovare nuovi motori per l’economia o nuovi modi per risparmiare sulla spesa pubblica, si dovranno rivedere gli obiettivo del Fiscal Compact o constatare che l’Italia non riesce a tenere il passo degli altri Paesi dell’Unione monetaria europea, con gravi conseguenze sull’economia.

Cosa c’entra Facebook con il PIL

La modalità di calcolo del PIL è stata spesso oggetto di controversie e critiche: una delle ultime è quella che ritiene che il calcolo del prodotto interno lordo debba essere maggiormente calato nell’epoca di riferimento, e quindi nel mondo digitale che ora ci circonda. Uno dei dubbi espressi dagli economisti è che il tempo che trascorriamo sul web e sui social network possa influenzare in qualche modo il PIL. Se così fosse, questo “tempo” avrebbe un valore economico e dovrebbe diventare un parametro della produzione di valore di ogni Paese. Se si dovesse confermare questa ipotesi, significherebbe che uno Stato in cui i cittadini trascorrono molte ore su Facebook o Instagram, potrebbe avere un PIL più alto e sarebbe autorizzato a disporre di maggiori risorse da spendere.

Come sappiamo, il PIL misura il valore monetario dei beni e dei servizi venduti all’interno dello Stato in un dato arco di tempo. Tuttavia, non vengono tenuti al momento in considerazione quei servizi apparentemente gratuiti, come Facebook o Google, che ormai sono diventati strumenti indispensabili da utilizzare in cambio di dati personali, rivenduti a chi vuole fare pubblicità.

Tramite ricerche, alcuni economisti sarebbero riusciti a misurare il valore degli scambi gratuiti che avvengono in rete, ovvero il prezzo che gli utenti sarebbero disposti a pagare per usufruirne (se non fossero più gratuiti). E il valore sarebbe di 42 dollari al mese. Se si prende per buona tale cifra, l’impatto di utilizzo del solo Facebook sul PIL degli Stati Uniti sarebbe di un aumento dello 0,11%, una percentuale che può sembrare ridotta, ma che rapportata ad un’economia come quella degli Stati Uniti assume tutt’altra valenza. Così come Facebook, molti altri servizi che l’epoca digitale offre ora non vengono conteggiati nel PIL, togliendo un possibile valore economico.

Cosa c’entra il PIL con le tasse

PIL e tasse sono strettamente connessi: il rapporto infatti tra gettito fiscale e PIL indica la percentuale di Prodotto Interno Lordo raccolta dallo Stato attraverso l’imposizione fiscale per fronteggiare le spese pubbliche. Negli ultimi anni, il legame tra gettito fiscale e PIL è stato sempre più oggetto di analisi, con relative ipotesi e manovre per aumentare il PIL, quindi la crescita del Belpaese, agendo sulle tasse.

L’idea infatti di ridurre il carico fiscale per aumentare la crescita è diventato uno degli obiettivi chiave di tanti governi dell’area europea. Tuttavia, non sempre una riduzione delle imposte porta ad un aumento della crescita: spesso, può condurre ad un peggioramento del deficit. Per capire se una riduzione delle imposte può accelerare la crescita, è necessario analizzare alcuni fattori. Certamente, la riduzione delle tasse è connessa ad un aumento dei profitti degli investimenti privati, ma se anziché il PIL, è il deficit pubblico ad aumentare maggiormente, si ha una riduzione del risparmio nazionale e delle risorse utili all’investimento.

Quando quindi il taglio delle tasse fa alzare nettamente il deficit, l’effetto sulla crescita sarà ridotto, mentre la crescita sarebbe maggiore in una situazione di conti pubblici in pareggio. Come riportato da un’analisi sempre valida di Francesco Daveri e Veronica De Romanis su Lavoce.info, se si considera la questione dal punto di vista statistico si ottiene che per ogni punto percentuale di imposte sul Pil ridotte, il tasso di crescita del Pil potenziale aumenta di un quarto di punto percentuale all’anno. Se però la riduzione delle tasse è finanziata in deficit, ovvero va a pesare interamente sul deficit e non è accompagnata da una riduzione delle spese, l’aumento potenziale del tasso di crescita passerà da 0,24 punti percentuali a 0,11 punti percentuali, dimezzandosi.

Il legame tra le tasse che paghiamo tutti i giorni e PIL è più sfaccettato di quel che può sembrare e gli stessi economisti non trovano punti di accordo comuni su quali siano le misure più adeguate per incentivare la crescita e diminuire il debito. Rimane forse il dubbio che sia da rivedere la stessa modalità di calcolo del PIL, iniziando a considerare tutti quei servizi che i giganti del web gratuitamente offrono e che sempre più sono componenti dell’economia a tutti gli effetti. Chissà che la soluzione non possa essere quella di trascorrere più tempo sui nostri profili Facebook, per poter pagare meno tasse e vedere il PIL, finalmente, crescere.

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