Coronavirus, cosa è successo in Thailandia? Dove contagi e morti sono al minimo

Non si capisce come mai in Thailandia stia andando così bene: cosa ha funzionato nella lotta al Covid?

In Thailandia il numero di contagi e morti per Covid è uno dei più bassi di tutto il mondo, e nessuno ha ancora capito perché. La domanda è: cosa ha veramente funzionato? È una questione di cultura, fortuna o genetica? E, in tutto questo, che ruolo hanno avuto le misure governative? Proviamo a fare il punto.

Coronavirus, cosa è successo in Thailandia?

Molti se lo stanno chiedendo e nessuno è arrivato ad una conclusione certa (o scientificamente dimostrabile), ma in Thailandia il Coronavirus non si è diffuso rapidamente come nel resto del mondo, il che ha permesso al Paese di mantenere basso sia il numero di contagi che di morti.

Nonostante l’afflusso di visitatori stranieri proveniente dai paesi più gravemente colpiti dal Covid, la Thailandia ha registrato meno di 3.240 casi e 58 morti dall’inizio dell’anno.

Secondo alcuni sarebbe tutto merito della cultura thailandese che ha sempre visto gli abitanti del posto rispettare il distanziamento sociale già prima della pandemia. Un po’ come successo in Giappone, l’abitudine di salutare gli altri con un wai (un movimento simile ad un inchino-preghiera) piuttosto che ricorrere allo scambio di baci, abbracci o strette di mano, potrebbe aver rallentato la diffusione del virus.

In Thailandia, inoltre, è stato rapido il ricorso all’uso delle mascherine come sistema di protezione individuale, ma c’è chi è pronto a scommettere che il successo del modello thailandese contro il Coronavirus ha origini genetiche ed è tutto merito dei sistemi immunitari dei Thais e delle altre popolazioni presenti della regione del Mekong.

Il blocco ha funzionato

Secondo il il dott. Taweesin Visanuyothin, portavoce del Ministero della sanità pubblica della Thailandia, il numero di contagi e morti per Covid in Thailandia non sarebbe da attribuire al sistema immunitario né alla genetica. “Ha a che fare con la cultura – ha dichiarato-. I thailandesi infatti non hanno alcuno contatto fisico quando si salutano”.

Le prime ondate di infezioni in Thailandia, infatti, sono state scatenate da persone che arrivavano dal Giappone, dall’Europa e dagli Stati Uniti. Non a caso, dopo che il Governo thailandese ha annunciato il lockdown a marzo, limitando gli spostamenti e chiudendo anche le aziende e le scuole, le trasmissioni interne sono diminuite, mentre tutti i recenti casi sono stati tra persone arrivate da Oltreoceano.

I danni all’economia

Se da un lato il blocco delle attività e degli spostamenti ha dato i suoi risultati a livello sanitario, le cose non sono andate altrettanto positivamente a livello economico.

L’economia thailandese dipende infatti dal turismo che, dopo la pandemia, ha registrato un drastico calo. Ad aprile la Thailandia ha sospeso quasi tutti i voli in arrivo e i vacanzieri hanno smesso di scegliere Bangkok come meta, nonostante prima del lockdown fosse la città più visitata al mondo. Una situazione che, secondo i report resi noti dal ministero del turismo e dello sport thailandese, potrebbe spingere il 60% delle imprese che operano nel settore dell’ospitalità a chiudere entro la fine dell’anno.

Il Fondo monetario internazionale prevede che l’economia thailandese si ridurrà di almeno il 6,5% quest’anno. Come se non bastasse, secondo la Banca Mondiale, più di 8 milioni di thailandesi potrebbero perdere il lavoro o la propria fonte di reddito nel 2020, è questo è ovviamente un grosso problema, sopratutto perché stiamo parlando di una nazione dove è già alto il divario tra ricchi e poveri.

Intorno ai tempi buddisti e fuori dalle associazioni benefiche sono in continuo aumento le persone che chiedono aiuto, anche per ricevere una singola porzione di riso. Il Governo intanto promette interventi ma, a causa di un mal funzionamento della macchina burocratica, questi ritardano ad arrivare.

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