Congo, oltre al Covid torna l’incubo Ebola: cosa sta succedendo nel Paese

Nelle ultime ore si sono registrate già cinque morti nel nuovo focolaio nel nord-ovest del Paese. In un contesto già provato dal punto di vista sanitario, economico e sociale

In Congo torna l’incubo Ebola. È la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità a diffondere la notizia, rilevando come “Il Coronavirus non è l’unica minaccia”. Proprio nelle scorse ore il Paese africano aveva registrato un’improvvisa impennata di contagi di Covid-19. La Repubblica democratica ha infatti per ora 3,326 casi, con un evidente aumento a partire dalla fine di aprile. Il nuovo focolaio di febbri emorragiche nel nord-ovest del Paese si aggiunge a quello mai spento nel settore orientale, nel contesto di una situazione già compromessa da punto di vista sanitario, economico e sociale.

L’undicesima epidemia: i dati

È l’undicesima epidemia di Ebola che colpisce quel territorio. La malattia ha mietuto più di 2000 morti nel Paese in quasi due anni. Quest’ultimo focolaio ha già provocato almeno cinque decessi, rilevati dai test clinici condotti dall’Istituto nazionale di ricerca biomedicale di Mbandaka. Nell’agosto 2018, ad essere colpite sono state le province di Nord Kivu e Ituri. “Il Congo si trova nella fase finale di un’epidemia ed ha il più grande focolaio di morbillo al mondo”, ha spiegato  il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus. “Questo focolaio ci ricorda che Covid-19 non è l’unica minaccia per la salute delle persone”.

Quella del 2018 è stata la più grande epidemia mai documentata nel Paese, e la seconda mai descritta dopo quella che tra il 2014 e il 2016 ha colpito l’Africa occidentale. Nel mese di luglio 2019, casi di Ebola per la prima volta sono stati notificati a Goma, una città di 2 milioni di abitanti, ma fortunatamente il focolaio è stato contenuto. E il 17 luglio 2019, il Direttore generale dell’Oms ha dichiarato l’epidemia una emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale secondo quanto previsto dal Regolamento sanitario internazionale (Rsi).

A marzo sembrava (quasi) finita

Già a marzo, l’Organizzazione aveva invitato a non abbassare la guardia e a non considerare “terminata l’emergenza”. “L’epidemia non è finita, come sapete. L’Oms raccomanda di attendere due periodi di incubazione completi, ovvero 42 giorni dopo che l’ultima persona sia risultata negativa una seconda volta, prima di dichiarare la fine dell’epidemia. Se tutto va bene, la fine ufficiale sarà dichiarata il 12 aprile. Quindi, stiamo iniziando il conto alla rovescia”, aveva avvertito Ibrahima Socé Fall dell’Oms.

Una crisi anche economica

Ma quella legata all’Ebola, così come avviene per il Coronavirus, non è soltanto una emergenza sanitaria. Secondo i dati dei Centers for Disease Control and Prevention americani, la principale epidemia che ha colpito l’Africa Occidentale, in particolare la Guinea, la Liberia e Sierra Leone, ha determinato solo nel 2015 perdite pari a 2,2 miliardi di dollari per il Pil dei tre Paesi.

Cosa insegnano i casi di Guinea, Liberia e Sierra Leone

Secondo l‘organizzazione globale di aiuto umanitario Mercy Corps, che è stata in prima linea nella risposta contro l’epidemia dell’agosto 2018, l’esperienza dei tre Paesi dell’Africa Occidentale può insegnare molto in relazione a quello che sta accadendo in Congo. Uno studio condotto dall’organizzazione afferma, infatti, che “qualsiasi misura che implica la sospensione del commercio internazionale dovrebbe essere evitata ad ogni costo”. E la riapertura dei mercati in Liberia e Sierra Leone è stato un fattore chiave per contribuire alla riconquista della stabilità economica delle famiglie più vulnerabili nelle aree affette dall’epidemia.

A ciò si aggiunga il fatto che il Congo è un Paese che presenta un’abbondanza smisurata di materie prime, che sono però costantemente alla base delle guerre, delle violenze, e delle tensioni che lo percorrono. Dal 1994, la Repubblica democratica del Congo è stato interessata da una catena praticamente ininterrotta di conflitti, che ruotano sempre attorno al controllo delle risorse: in primis, diamanti, coltan, oro, cobalto, rame e niobio. Un patrimonio che, naturalmente, fa gola a molti, dentro e fuori i confini del Paese.

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