Anita Pirovano e il “bonus-scandalo” 600 euro: si autodenuncia e fa anche peggio

La consigliera comunale milanese della lista Milano Progressista ha ammesso di aver chiesto e ottenuto il bonus Covid per i professionisti. In un lungo sfogo su Facebook spiega le sue ragioni

Dopo lo scandalo, l’ammissione di colpa. Cinque deputati di Montecitorio hanno chiesto e incassato dall’Inps il bonus da 600 euro mensili, arrivato in alcuni casi a 1.000, per autonomi e partite Iva. Nonostante percepiscano come parlamentari della Repubblica ben 12.439 euro di stipendio, oltre ai privilegi e i benefit previsti dal ruolo, come ad esempio agevolazioni bancarie o la possibilità di viaggiare gratis, a spese del contribuente, ecco che scoppia il caso bonus.

La segnalazione è arrivata dalla Direzione centrale Antifrode, Anticorruzione e Trasparenza dell’Inps. Una struttura creata dal presidente dell’Ente, Pasquale Tridico, con l’obiettivo di individuare, e in prospettiva scoraggiare, truffe e imbrogli.

Rispetto della privacy, ma…

Dalle prime indagini i cinque di Montecitorio sarebbero tre deputati della Lega, uno del Movimento 5 Stelle e uno di Italia Viva. Inoltre, nella vicenda sarebbero coinvolti addirittura 2mila persone tra assessori regionali, consiglieri regionali e comunali, governatori e sindaci.

Per una questione di rispetto della privacy non è stato possibile rivelare i nomi dei politici coinvolti nel caso del bonus Inps, ma una di loro ha deciso di autodenunciarsi. Si tratta di Anita Pirovano, consigliera comunale a Milano per la lista di sinistra Milano Progressista, che in un lungo post su Facebook ha spiegato la sua scelta di richiedere il bonus Inps dedicato ai liberi professionisti in difficoltà a causa dell’emergenza Coronavirus.

L’autodifesa di Anita Pirovano su Facebook

“Apprendo da Repubblica online che sarei coinvolta (!) nello scandalo dei “furbetti del bonus” e mi autodenuncio. Non vivo di politica perché non voglio e non potrei” chiosa Pirovano. E spiega anche perché. “Non potrei perché ho un mutuo, faccio la spesa, mantengo mia figlia e – addirittura – ogni tanto mi piace uscire e durante le ferie andare in vacanza. In più ho studiato fino al dottorato e all’esame di stato per diventare psicologa e ricercatrice sociale, professione in cui negli ultimi tempi mi sembra spesso di essere “più utile” alla società che in consiglio comunale (attività a cui comunque dedico tutto il tempo non lavorato e la passione di cui sono capace). Infine e soprattutto, pur non cedendo alle sirene antipolitiche, ho capito sulla mia pelle che avere un lavoro (nel mio caso più d’uno in regime di lavoro autonomo) mi consente di essere “più libera” nell’impegno politico presente e ancora più nelle scelte sul futuro, per definizione incerto”.

La consigliera milanese dice persino di indignarsi.

“Come tanti mi indigno – perché è surreale – se un parlamentare in carica fruisce di ammortizzatori sociali e penso sia paradossale che una misura di sostegno al reddito non preveda nessuna soglia di reddito”. Tutto ciò premesso, continua, “qualcuno – magari anche più lucido e meno incazzato di me – mi spiega perché da lavoratrice (e la politica non è un lavoro per definizione) non avrei dovuto fare richiesta di una misura di sostegno ai lavoratori destinata perché faccio anche politica? Considerato ovviamente che pur lavorando tanto ed essendo componente di un’assemblea elettiva (il che non mi garantisce né un’indennità né banalmente i contributi Inps) ho un reddito annuo dignitoso e nulla di più. Mi arrabbio ancor più se penso che nel calderone dei 2mila probabilmente sarà stato tirato in causa anche qualche sindaco (accomunato ai parlamentari o ai consiglieri regionali dal comune impegno politico ma non dal conto in banca) di un piccolissimo comune con una grandissima responsabilità pubblica e un’indennità di poche centinaia di euro annue”.

Chi è Anita Pirovano

Scorrendo la sua autopresentazione sul sito del Comune di Milano, leggiamo che è cresciuta con una sorella gemella, “abituandomi da subito a ragionare al plurale, a usare molto più spesso il pronome noi piuttosto che l’io, perché ‘due non è il doppio ma il contrario di uno, della sua solitudine. Due è alleanza, filo doppio che non è spezzato’ (citazione di Erri De Luca, ndr). Ecco, il pensare e l’agire collettivo per me è elemento fondativo nella vita come nella politica.

Laureata in Psicologia sociale, poi dottorata con una tesi etnografica, costruita in un anno di lavoro sul campo “in una delle più complesse periferie” di Milano, ha iniziato a fare politica nei movimenti e nella società: prima in università, con l’associazione studentesca “ListeDiSinistra”, come rappresentante degli studenti nel Senato accademico dell’Università Bicocca; subito dopo all’Arci, occupandosi di politiche sociali, coesione sociale e immigrazione nel direttivo provinciale e nel circolo Metissage.

Anche portiere di una squadra di calcio femminile, “nata dalla voglia di fare sport e dalla convinzione che le pratiche quotidiane e il non prendersi troppo sul serio servono più dei convegni o delle manifestazioni per superare gli stereotipi di genere”. La sinistra che le piace è una sinistra “utile e coraggiosa che non rinuncia alle sfide, soprattutto a quelle tanto difficili quanto ambiziose” scrive. Insomma, una presentazione che sembra tradire, almeno un po’, il suo atteggiamento.

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