Stop esportazioni di olio di palma dall’Indonesia, boom dei prezzi : perché

Il blocco dell'export da parte del maggior produttore al mondo ha fatto schizzare i prezzi degli oli ai massimi

L’Indonesia ha chiuso l’export di olio di palma, facendo schizzare ai massimi livelli i prezzi degli oli da cottura e provocando ulteriori complicazioni all’industria agroalimentare mondiale, già in difficoltà a causa del conflitto in Ucraina. Il Paese asiatico, esportatore di circa il 50% delle forniture mondiali di questo prodotto, ha comunicato il blocco per salvaguardare il mercato interno dalla carenza di oli da cottura, provocata proprio dalle conseguenze sul commercio internazionale della guerra.

Stop esportazioni di olio di palma dall’Indonesia: gli effetti sui prezzi

Il divieto di esportazione dell’olio di palma, annunciato dal presidente indonesiano Joko Widodo, entrerà in vigore a partire dal 28 aprile e dovrebbe avere effetto per circa un mese o comunque fino a quando non verrà trovata una soluzione alla scarsità nel Paese di oli da cottura.

“Sulla base di un semplice calcolo, anche prima di un mese, tutti i serbatoi sarebbero pieni se ci fosse un divieto totale”, ha detto Eddy Martono, segretario generale del Gapki, la più grande associazione indonesiana di olio di palma.

Lo scossone dei prezzi sui mercati è rientrato dopo la precisazione che il blocco riguarderà solo alle esportazioni di oleina di palma raffinata, sbiancata e deodorizzata (RBD) e non i flussi di olio di palma grezzo o di altre forme di prodotti derivati.

Secondo le stime degli addetti ai lavori, l’oleina di palma Rbd rappresenta circa il 40% delle esportazioni totali dell’Indonesia di prodotti di olio di palma.

Ma da Giacarta è stato specificato che il divieto verrà ampliato “se c’è una carenza di olio di palma raffinato”.

La decisione improvvisa da parte dell’Indonesia, primo produttore mondiale di questo grasso vegetale, è comunque bastata per provocare l’aumento immediato dei prezzi degli altri oli e a lungo andare potrebbe causare rialzi anche per altri alimenti. Oltre che avere effetti anche sull’industria cosmetica nella quale l’olio di palma è utilizzato per ottenere shampoo, saponi e detergenti.

Stop esportazioni di olio di palma dall’Indonesia: le conseguenze per l’Italia

Nonostante l’Italia non sia un grande importatore di olio di palma, lo stop potrebbe colpire anche l’industria alimentare nostrana, dato che questo olio vegetale, secondo una circolare ministeriale, avrebbe dovuto sostituire l’olio di semi di girasole, bloccato in Ucraina a causa della guerra (qui avevamo parlato degli eventuali effetti sulle importazioni per l’Italia).

Come secondo produttore mondiale di olio di oliva, il nostro Paese può comunque contare su un prodotto di grande qualità alla base della dieta mediterranea che, inoltre, ha subito aumenti di prezzi contenuti al 5,3% rispetto al +25,9% degli altri oli vegetali.

Per la Coldiretti questa circostanza dovrebbe però essere presa come opportunità per svincolarsi una volta per tutte dalle forniture di olio di palma: secondo l’analisi dell’associazione su dati Istat, l’Italia lo scorso anno ha importato 1,46 miliardi di chili di olio di palma dei quali circa la metà per un quantitativo di 721 milioni di chili proprio da Giacarta.

“La decisione dell’Indonesia di vietare l’export di olio di palma deve essere l’occasione per accelerare la sua sostituzione con prodotti più salubri e a minor impatto ambientale come il burro, l’olio di oliva o quello di nocciola, utilizzato storicamente nelle prime creme spalmabili” è il commento della Coldiretti.

“Un prodotto che già molte imprese in Italia hanno deciso di sostituire – spiega il presidente di Coldiretti Lazio, David Granieri – poiché alle preoccupazioni sull’impatto sulla salute a causa dell’elevato contenuto di acidi grassi saturi, si aggiungono quelle dal punto di vista ambientale, perché l’enorme sviluppo del mercato dell’olio di palma sta portando a livello globale al disboscamento selvaggio di vaste foreste senza dimenticare l’inquinamento provocato dal trasporto a migliaia di chilometri di distanza dal luogo di produzione”.

Per l’avversione sempre crescente dei consumatori, la scritta “senza olio di palma” è diventata una delle più diffuse sugli scaffali di negozi e supermercati anche se “alcune imprese continuano a utilizzarlo – aggiunge la Coldiretti Lazio – in alimenti dolci e salati come biscotti, brodi e zuppe, dolciumi, creme spalmabili, torte, grissini, brioche e alcuni piatti pronti. Una possibilità che oggi può essere addirittura nascosta ai consumatori, per effetto della circolare dal Ministero dello Sviluppo economico emanata all’inizio di aprile, che consente all’industria alimentare di utilizzarlo in sostituzione di quello di girasole senza indicarlo esplicitamente in etichetta”.