Pnrr, quanti soldi andranno al Sud (e perché non potremo spenderli)

La vera sfida dei prossimi anni per il Meridione sarà riuscire a trasformare gli investimenti del Recovery Fund in progetti concreti (come mai in passato)

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) formulato dal secondo governo di Giuseppe Conte e approvato dall’esecutivo di Mario Draghi prevede stanziamenti di diverse decine di miliardi a favore delle otto regioni del Sud Italia. I soldi arriveranno gradualmente nel corso dei prossimi anni e non saranno le uniche risorse che finiranno nelle casse del Mezzogiorno da qui al 2030.

Infatti non ci sono solo i fondi in arrivo dall’Europa: nel giro di dieci anni anche molte altre voci di spesa inonderanno il Sud di contributi e risorse. Tra queste c’è il piano React-Eu (Recovery Assistance for Cohesion and the Territories of Europe), comprensivo di circa 55 miliardi di euro; il Just Transition Fund, approvato dal Parlamento europeo nel quadro delle politiche di coesione (finalizzato a rendere l’Ue climaticamente neutra entro il 2050); infine tre fondi economici nazionali, ossia quello per l’alta velocità tra Salerno e Reggio Calabria, il Fondo “sviluppo e coesione” e i Fondi cosiddetti “strutturali”.

Tornando al Pnrr, i partiti che compongono la maggioranza hanno trovato un accordo con il premier e con la forzista Mara Carfagna (titolare del ministero per il Sud), per destinare al Meridione una somma pari all’40% delle risorse cosiddette “territorializzabili”, equivalente a circa 82 miliardi di euro.

La cifra monstre e le parole di Antonio Decaro

Il totale complessivo di quanto scritto sopra si aggira – secondo gli analisti – attorno alla cifra monstre di ben 213 miliardi di euro. E così, la domanda sorge spontanea: come verrà impiegata questa pioggia di finanziamenti? Come sarà possibile convertire questa occasione irripetibile in una vera svolta per il Mezzogiorno?

A questi quesiti ha provato a rispondere nei giorni scorsi Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell’Anci (Associazione nazionale dei comuni italiani): “Servono assunzioni nei Comuni, in quelli medio-piccoli ancora di più che in quelli delle città metropolitane; servono concorsi e bandi, altrimenti rischiamo di veder andare in fumo miliardi e miliardi di euro”. Un tema rimarcato anche da diversi governatori, a cominciare dal suo stesso conterraneo pugliese Michele Emiliano.

I progetti bocciati e le prospettive poco rassicuranti

Uno scenario drammatico, che il Sud Italia vuole scongiurare ma che ha vissuto in maniera costante nel passato recente. L’Italia infatti deve ancora spendere la metà dei fondi europei stanziati per il periodo tra il 2014 e il 2020. Di questi, ben il 74% è destinato alle regioni meridionali ed andranno forzatamente investiti entro il 2023 per non perdere quelli che arriveranno con il Pnrr.

Ma dal dire al fare ce ne passa di acqua, come ripete un celebre proverbio. Soprattutto se si osservano i dati diffusi dal Mipaaf (il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali) sui primi progetti di spesa presentati dalle regioni per la gestione delle risorse idriche: oltre il 50% sono stati bocciati perché non conformi ai criteri concordati dall’Ue con i singoli stati membri. In particolare, quelli della regione Sicilia sono stati tutti rispediti al mittente. Di questo passo appare davvero complicato (anche questa volta) che il Sud possa rilanciare definitivamente il proprio territorio nell’Italia e nel mondo.

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