Cina, stretta sui colossi tech: tutti i numeri del crollo di Alibaba

Complice la restrizione antitrust voluta dal Partito Comunista cinese, le grandi multinazionali tecnologiche arrancano e temono nuove regole per il futuro

Alibaba, la più grande piattaforma di scambio online al mondo, chiude il secondo trimestre con profitti crollati dell’81%. I dati diffusi negli scorsi giorni segnano infatti un livello pari a 5,37 miliardi di yuan per l’anno corrente (equivalenti a 744 milioni di euro), contro i 28,77 miliardi di yuan dello stesso periodo del 2020.

Nonostante questo, i ricavi del gruppo di Hangzhou (generati principalmente dalle operazioni di e-commerce, di cui l’azienda rappresenta uno dei leader a livello globale) sono aumentati del 29%, assestandosi oltre i 200 miliardi di yuan (pari a 27,8 mld di euro). Il dato è più o meno in linea con i tassi di crescita degli anni precedenti.

La comunicazione dei conti di Alibaba (che due settimane a ha fatto numeri record per il Singles’ Day) era particolarmente attesa da parte degli investitori internazionali: questo in virtù del fatto che rappresenta il primo risultato della stretta che la Cina sta attuando nei confronti dei colossi tecnologici con sede nel Paese.

Il primo risultato tangibile si è avuto già nella mattinata stessa del 19 novembre, giorno in cui è stata data la notizia: Alibaba infatti ha perso il 5,34% alla Borsa di Hong Kong, per poi cedere il 7,94% anche a Wall Street.

La strategia cinese per arginare lo strapotere dei giganti

Il Partito Comunista cinese sta facendo grande affidamento sui suoi giganti tecnologici per portare avanti la trasformazione digitale nell’intero Paese. Tuttavia da fine 2020 il settore è finito sotto la stretta antitrust e regolamentare. Questo in virtù dell’aggravarsi dei timori di Pechino a causa dell’espansione aggressiva delle multinazionali: sotto la lente d’ingrandimento cinese sono finite presunte pratiche monopolistiche che starebbero mettendo a rischio anche la sicurezza dei dati dei cittadini.

Alibaba, fondata nel 1999 dall’imprenditore Jack Ma, è stata la prima a subire le ripercussioni: anche lo scorso anno il governo aveva fatto naufragare quella che sarebbe stata l’offerta pubblica più grande della storia, ossia quella relativa ad Ant Group (o Alipay), il braccio finanziario del gruppo che Ma aveva intenzione di quotare autonomamente in Borsa.

Lo scorso aprile poi Alibaba si è vista comminare una multa da 2,8 miliardi di dollari per le sue presunte pratiche anticoncorrenziali. Da allora Pechino ha adottato una serie di altre misure contro i principali attori digitali cinesi, facendo crollare i prezzi delle loro azioni per un totale di oltre 1.000 miliardi di dollari mandati in fumo in pochi mesi.

Le parole del ceo Daniel Zhang e il silenzio di Jack Ma

Mentre non è circolato nessun commento da parte del numero uno di Alibaba, il ceo dell’azienda Daniel Zhang ha diramato una nota in cui ha affermato che “in questo trimestre, Alibaba ha continuato ad investire con decisione sui tre pilastri strategici che la caratterizzano, ossia il consumo interno, la globalizzazione e il cloud computing. Questo per stabilire solide basi per il nostro obiettivo a lungo termine, che è quello di una crescita sostenibile ma stabile per il futuro”.

Nei 12 mesi terminati il 30 settembre 2021, Alibaba ha visto ben 1,238 miliardi di clienti attivi annuali, di cui 953 milioni in Cina e 285 milioni all’estero. Il dato registra un aumento di circa 62 milioni di utenti rispetto a quanto comunicato nei tre mesi da aprile a giugno di quest’anno.

© Italiaonline S.p.A. 2022Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963

Cina, stretta sui colossi tech: tutti i numeri del crollo di Alibaba