Un altro grande colosso si ferma a causa della crisi

Quarto stop per lo stabilimento di Stellantis a Melfi: come la crisi dei microchip e il rallentamento dell'import-export sta mettendo in ginocchio un intero settore

Quarto stop per lo stabilimento di Stellantis a Melfi: la crisi dei microchip e il rallentamento delle importazioni e delle esportazioni (prima per il Covid poi per il conflitto in Ucraina) sta mettendo in ginocchio interi settori produttivi e commerciali, sia in Italia che all’estero, e quello delle auto – purtroppo – non ne esce indenne. Non è la prima volta che capita, ma adesso gli andamenti del mercato sembrano suggerire che la produzione di veicoli nelle sedi italiane della società pare essere destinata a diminuire, per il quinto anno consecutivo, nel 2022.

Stellantis, stop a Melfi: “La guerra in Ucraina sta avendo un impatto sulle forniture”

Il sindacato FIM-CISL ha affermato che la produzione complessiva di Stellantis in Italia è diminuita del 13,5% su base annua nel primo trimestre 2022 a causa della carenza di semiconduttori. Crisi questa che si è fatta particolarmente sentire negli stabilimenti di Melfi e Sevel, due dei principali siti del gruppo in Italia. In particolare, la produzione di automobili è scesa del 2,6% a 123.484 unità, mentre la produzione di furgoni è scesa del 30,4% a 56.690, è stato spiegato.

Ora, il quarto stop annunciato a Melfi non è sicuramente un buon segno, soprattutto se si considera che la sede copre circa il 40% della produzione di auto Stellantis nel Paese, mentre Sevel è il più grande stabilimento di produzione di furgoni d’Europa.

Ferdinando Uliano, capo della FIM CISL, durante la presentazione del rapporto trimestrale del sindacato sulla produzione di Stellantis in Italia, ha a tal proposito dichiarato: “La guerra in Ucraina sta avendo un impatto sulle forniture. C’era speranza che il 2022 potesse segnare un miglioramento per i semiconduttori e le forniture di materie prime, ma ora dubitiamo che ciò possa accadere”.

Come la crisi dei microchip sta mettendo in ginocchio un intero settore

Secondo i dati a disposizione del sindacato, sulla base delle tendenze osservate nei tre mesi, la produzione nel 2022 potrebbe scendere al di sotto dei 600.000 veicoli, con auto che ammontano a meno di 400.000 unità. Questo segnerebbe, come già accennato, il quinto anno consecutivo di calo della produzione, compreso quello subito durante la prima fase pandemica nel 2020, quando tutto era stato chiuso e le attività non essenziali erano state sospese (oggi, invece, con la fine dello stato di emergenza, qui vi spieghiamo come sono cambiate le regole).

Stando a quello che viene riportato, un totale di oltre 1 milione di veicoli hanno lasciato le catene di montaggio nel 2017, l’ultima volta che Fiat Chrysler ha registrato un aumento della produzione annuale in Italia. Di fatto, i dati sulla produzione dei primi nove mesi del 2021 segnano una crescita del +14,2% rispetto al dato dell’anno precedente (un aumento dei volumi rispetto al 2020, caratterizzato però dal blocco produttivo del lockdown). Se invece si confrontano i numeri di produzione al periodo pre-covid – e quindi a quelli del 2019 – la situazione è negativa e registra un – 16,3% (ovvero 631.200 veicoli non prodotti in totale).

L’effetto è in gran parte imputabile al fermo produttivo causato dalla mancanza di microchip. La difficoltà riscontrata ha provocato infatti numerosi blocchi produttivi.

Ora, lo stop di Melfi da venerdì 17 giugno a sabato 25 giugno, con la ripresa dell’attività con il primo turno di lunedì 27 giugno, ci mette di fronte a due problemi essenziali: prima di tutto, è inevitabile che quando le vendite ei ricavi scendono anche gli investimenti possono cambiare; in secondo luogo, quello che sta scatenando la mancanza semiconduttori è un ritardo generale dei lanci commerciali di nuove automobili. E gli slittamenti temporali rischiano di incidere ulteriormente sull’occupazione, sui salari e sull’economia del territorio in generale.