Addio alla pasta 100% italiana? Dal 2022 può cambiare tutto

Da Coldiretti un vero e proprio grido di allarme. Il 31 dicembre 2021 scade infatti il decreto che impone l'obbligo di etichettatura di origine del grano

Potremmo dover dire addio alla pasta 100% italiana. Quello che arriva da Coldiretti è un vero e proprio grido di allarme. Cosa succede? Succede che, oltre al caro prezzi innescato dagli aumenti delle quotazioni internazionali del grano, legati al dimezzamento dei raccolti in Canada, primo produttore nel mondo, a fine anno in Italia scade l’obbligo di etichettatura dell’origine del grano utilizzato.

Perché l’Italia importa la pasta

L’immediata conseguenza è che rischiamo davvero di trovare nei supermercati, e dunque sulle nostre tavole, una pasta che proprio del tutto made in Italy non è.

L’Italia, a dispetto di quanto si possa pensare, non è il primo ma il secondo produttore mondiale di pasta, con un quantitativo di 3,85 milioni di tonnellate, dietro appunto al Canada. Nel Paese nordamericano – forse non tutti lo sanno – è persino consentito l’utilizzo del glifosato in preraccolta, modalità invece assolutamente vietata da noi.

E – dettaglio per nulla trascurabile – proprio l’Italia è anche il principale importatore di pasta dal Canada: il nostro Paese è costretto ad importare circa il 40% del grano di cui ha bisogno ed è dunque particolarmente dipendente dalle fluttuazioni e dalle speculazioni sui mercati.

Perché? Perché molte aziende di casa nostra, denuncia Coldiretti, anziché garantirsi gli approvvigionamenti con prodotto nazionale, hanno preferito “speculare” sul mercato internazionale.

Come funziona l’obbligo di etichettatura del grano

A fine anno, se il Governo non interverrà, le cose potrebbero ulteriormente complicarsi. A partire dal prossimo 31 dicembre, infatti, in Italia scade il decreto che impone l’obbligo dell’etichettatura di origine del grano impiegato per la produzione della pasta.

Una misura fortemente voluta da Coldiretti, scattata il 14 febbraio 2018, che prevede che le confezioni di pasta secca prodotte in Italia indichino obbligatoriamente il nome del Paese nel quale avvengono sia la coltivazione che la molitura del grano.

Se il grano proviene, o è stato molito, in più Paesi possono essere utilizzate, a seconda dei casi, queste diverse diciture:

  • Paesi Ue
  • Paesi Non Ue
  • Paesi Ue e Non Ue.

Inoltre, se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l’Italia, si può usare la dicitura “Italia e altri Paesi Ue e/o non Ue”.

L’etichettatura ha portato gli acquisti di pasta con 100% grano italiano a crescere ad un ritmo di quasi 2 volte e mezzo superiore a quello medio della pasta secca, spingendo le principali industrie agroalimentari a promuovere delle linee produttive con l’utilizzo di cereale interamente prodotto in Italia.

Come essere sicuri di acquistare davvero una pasta made in Italy 100%? Fino ad oggi bastava scegliere le confezioni che riportano le indicazioni “Paese di coltivazione del grano: Italia” e “Paese di molitura: Italia”. Ma dal 1° gennaio 2022 le cose potrebbero cambiare, e potremmo dover comprare tipi di pasta non completamente italiana.

Quanta pasta mangiano gli italiani

L’avvertimento, lanciato in occasione del World Pasta Day che si celebra ogni anno il 25 ottobre in tutto il mondo, mette in guardia su rischi reali, e purtroppo molto vicini nel tempo. Un danno enorme, per tutti. Per l’economia nazionale in primis, e per noi consumatori, soprattutto considerato lo straordinario boom che le vendite di pasta hanno fatto registrare durante il lockdown.

Come rivela l’Unione Italiana Food, il 2020 ha fatto registrare picchi mai visti di produzione e consumo, e anche il 2021 conferma un trend altissimo verso questo piatto espressione dell’eccellenza italiana, superiore ai livelli pre-pandemia, e già allora da record. In 10 anni è addirittura raddoppiato il consumo di pasta, spaghetti soprattutto, da quasi 9 a circa 17 milioni di tonnellate annue (qui trovate le 10 migliori marche di pasta in Italia secondo Altroconsumo).

Nell’atlante della pasta l’Italia resta il punto di riferimento per produzione (3,9 milioni di tonnellate), export (2,4 milioni di tonnellate) consumi e export. Ogni italiano ne consuma oltre 23 kg all’anno, staccando in questa speciale classifica Tunisia, 17 kg, Venezuela, 15 kg e Grecia, 12,2 kg.

Cosa deve fare il governo

Il problema, anche, è che il grano italiano oggi viene pagato circa il 20% in meno rispetto a quello importato, nonostante le maggiori garanzie di sicurezza e qualità, mentre i nostri produttori si trovano anche a fronteggiare l’aumento esponenziale dei costi di produzione legati all’aumento dei mezzi tecnici utili alla coltivazione, dal gasolio ai concimi. Il risultato è che quest’anno i costi per le semine sono raddoppiati.

Per recuperare sovranità e garantire la disponibilità del grano e degli altri prodotti agricoli – sottolinea la Coldiretti – serve lavorare per ottenere accordi di filiera tra imprese agricole e industriali con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi e prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione, come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali.

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