Abolizione del superbollo auto, ecco la decisione: cosa cambia

Nell’ottica di una semplificazione fiscale che equiparasse buona parte dei cittadini, il Governo sembrava orientato a togliere l’odiosa tassa, ma non è così

È durata solo pochi giorni la speranza di milioni di cittadini per l’abolizione del superbollo auto: l’ennesimo emendamento abrogativo, questa volta presentato da alcuni senatori del gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia, è stato infatti respinto nella giornata di lunedì 29 novembre dalle commissioni riunite di Finanza e Lavoro del Senato, impegnate nell’esame del cosiddetto decreto fiscale.

Un no che è arrivato nonostante l’addizionale erariale – così si chiama utilizzando un gergo tecnico – sia stata inserita qualche mese fa (proprio da parte delle commissioni Finanza dei due rami del Parlamento) nell’elenco dei cosiddetti micro-prelievi, ossia le piccole imposte e le tasse che portano nelle casse dello Stato gettiti non significativi. E che, nell’ottica della semplificazione fiscale voluta dal premier Mario Draghi e dai suoi ministri, potrebbero effettivamente essere abolite.

La storia del superbollo, tra decisioni contrastanti e soglie introdotte

Il gettito del superbollo, infatti, è di poco superiore ai 100 milioni di euro. Per la precisione, nel 2019, osservando l’ultimo dato disponibile, l’addizionale erariale ha portato nelle casse dello Stato appena 127,5 milioni di euro. A questi bisogna poi aggiungere la cifra di 17,7 milioni di euro derivanti da atti di accertamento, sanzioni e interessi. Rispetto al 2018, il gettito è aumentato dell’8,7%: complessivamente, tra il 2012 e il 2019, lo Stato ha incassato quasi 903 milioni di euro, pari, in media, a quasi 113 milioni di euro all’anno.

Ricordiamo che il superbollo, aggiuntivo rispetto alla normale tassa automobilistica, fu introdotto nell’estate del 2011 dall’allora governo Berlusconi IV sulle auto di potenza superiore a 225 kW, ossia 306 cavalli (con alcune specifiche agevolazioni, riprese quest’anno dal governo di Mario Draghi).

Il successivo governo Monti lo riformò, a partire dal 2012, abbassandone la soglia d’ingresso a 185 kW (252 CV) e raddoppiandone l’importo da 10 a 20 euro per ogni kW sopra la soglia, ma introducendo anche un meccanismo a scalare. In pratica, l’importo della tassa si abbassa man mano che l’auto diventa più “vecchia”: 12 euro/kW dopo cinque anni dalla costruzione, 6 €/kW dopo dieci e 3 €/kW dopo 15. Dopo vent’anni, la tassa si azzera.

La modifica per le auto storiche (che sono ancora le più inquinanti)

A rimanere integra nella bozza circolata durante le ultime settimane (caratterizzate da uno stato di tensione continua tra i partiti di maggioranza sui contenuti della Manovra 2022) è invece la più recente proposta di esenzione dal pagamento del bollo per le auto di rilevanza storica, firmata da Silvia Vono (Italia Viva), Patty L’Abbate e Gabriella Di Girolamo (Movimento 5 Stelle), Gianni Pittella e Daniele Manca (Partito Democratico).

In pratica si vorrebbe che il taglio del 50% sul bollo auto venga eliminato, così da (come si legge dal testo) “pervenire alla progressiva abolizione di benefici fiscali per veicoli inquinanti“. Che si tratti di auto nuove o d’epoca poco importa: se si è in possesso di un’automobile con motore a scoppio, si è obbligati al pagamento integrale del bollo, senza alcun possibile sconto.