Il rapporto Draghi ha un primo importante effetto, ovvero la legge sull’acceleratore industriale con l’obiettivo di rafforzare l’industria e creare nuovi posti di lavoro in Europa. La Commissione europea ha adottato la proposta per aumentare la domanda di tecnologie e prodotti europei a basse emissioni di carbonio. È l’Industrial Accelerator Act (Iaa), che pone al centro la produzione, il fare impresa e creare posti di lavoro ma senza rinunciare alle nuove tecnologie, più pulite e orientate al futuro.
Proprio in linea con il rapporto Draghi, la proposta punta a settori strategici, selezionati nel quadro di necessità attuale e futura, come acciaio, cemento, automobili e tecnologie net-zero. Il tutto “made in Europe”.
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Industrial Accelerator Act: crescita e decarbonizzazione
Sono durate settimane le discussioni, tanti gli emendamenti e le revisioni, ma alla fine la Commissione europea ce l’ha fatta: il 4 marzo scorso è arrivato l’Industrial Accelerator Act. Si tratta del regolamento che punta ad accelerare la decarbonizzazione dell’industria europea e a farlo senza dimenticare i settori chiave e l’occupazione.
L’obiettivo è duplice: aumentare la domanda di tecnologie e prodotti a basse emissioni realizzati in Europa e stimolare la produzione, far crescere le imprese e creare posti di lavoro nell’Unione Europea. Stéphane Séjourné, il vicepresidente esecutivo per l’Industria, ha annunciato: “Oggi il made in Europe fa il suo ingresso trionfale nel diritto europeo”.
I settori coinvolti: il piano per i nuovi posti di lavoro
Il vicepresidente spiega come sia importante proporre ai cittadini europei prodotti green e davvero sostenibili. Fa l’esempio delle auto elettriche, che hanno batterie prodotte in Cina. L’Europa punta invece ad avere la propria produzione interna, così da valorizzare il made in Europe, far crescere i posti di lavoro e allo stesso tempo garantire un livello di qualità e controllo europeo.
I settori toccati da questo acceleratore sono diversi:
- acciaio;
- cemento;
- alluminio;
- automotive;
- tecnologie a zero emissioni nette (batterie, energia solare, eolica, pompe di calore ed energia nucleare).
L’impatto su valore aggiunto e posti di lavoro è alto. Solo le misure per la produzione a basse emissioni di carbonio, secondo Green Report, potrebbero generare oltre 600 milioni di euro di valore aggiunto nell’industria dell’acciaio, dell’alluminio e del cemento entro il 2030 e fino a 10,5 miliardi di euro lungo l’intera catena del valore del settore automobilistico.
Ma soprattutto si verranno a creare decine di migliaia di posti di lavoro: circa 85.000 per progetti di batterie e 58.000 nella produzione del solare. Verranno anche salvati migliaia di posti di lavoro nei settori di acciaio, alluminio e cemento.
“Made in Europe” il buy local per crescere
Si punta al comprare locale, comprare Made in Europe per far crescere il Pil. Al centro della proposta torna infatti il rapporto Draghi e quella parola, “industria”, lasciata da parte dall’Europa per troppo tempo. La manifattura europea negli ultimi 25 anni è passata dal 17,4% al 14,3% del totale del Pil. Una discesa che racconta una deindustrializzazione, ma la Commissione punta ora a tornare al 20% entro il 2035.
Per farlo serve investire nei settori strategici, creando fino a circa 150.000 posti di lavoro, ma senza snaturare l’obiettivo della sostenibilità europea.
Un esempio è il settore automobilistico. La produzione automobilistica elettrica, tra batterie, plug-in e full hybrid, dovrà rispettare dei criteri:
- devono essere completamente assemblate nell’Unione Europea;
- tre componenti delle batterie comprese le celle prodotte nell’Unione Europea;
- almeno il 70% dei componenti non batteria prodotti nell’Unione Europea.
Nel caso manchino questi requisiti, le aziende potranno continuare a produrre, ma saranno escluse dalle gare di appalto.
Attenzione anche agli investimenti esteri in settori strategici. Il requisito in questo caso è una partecipazione azionaria di maggioranza europea, ma anche garantire un livello di occupazione minimo del 50% di cittadini europei.
Non a tutti piace, e molti temono che questo sistema rischi di ritorcersi contro l’Unione Europea stessa, perché potrebbe scoraggiare gli investimenti e danneggiare la competitività Ue.
L’Unione Europea, con la propria spesa pubblica, può però orientare positivamente la produzione interna. Infatti gli acquisti della pubblica amministrazione e delle imprese che ricevono fondi pubblici sono di almeno 2.500 miliardi di euro l’anno, il 16% del PIL europeo.