Fuga dalla Borsa: delisting impoveriscono il mercato

Si allunga la lista delle società che scelgono di lasciare Borsa Italia, tra il potere del private equity e l’insoddisfazione degli imprenditori per le valutazioni ottenute

Sono Tod’s, maison del lusso di Diego Della Valle, ed Exor, holding della famiglia Agnelli, le ultime due società in ordine temporale ad avere annunciato che lasceranno Piazza Affari. Il 3 agosto la famiglia Della Valle ha deciso di promuovere un’offerta pubblica di acquisto (OPA) volontaria su Tod’s finalizzata al delisting al prezzo di 40 euro per azione, con un esborso massimo di circa 338 milioni. Da inizio anno (prima della notizia dell’OPA) le azioni Tod’s hanno perso circa il 32%, con un minimo dell’anno a 28,42 euro segnato il 5 luglio. Ad agosto 2013 il titolo aveva toccato un massimo storico di 145 euro. Pochi giorni prima, Exor ha comunicato che lascerà Piazza Affari per quotarsi ad Amsterdam il 12 agosto. Il CdA della holding della famiglia Agnelli ha deliberato di cambiare la sede di quotazione per allinearla alla sua struttura legale di società di partecipazioni olandese, è stato spiegato.

Una lunga lista di defezioni

Tod’s ed Exor sono solo le ultime due aziende in ordine temporale che nel 2022 hanno già lasciato Piazza Affari o che hanno annunciato di volerlo fare (e quindi stanno mettendo a punto o già lanciato un’OPA). La prima dell’anno a lasciare il listino è stata Cerved, seguita poi da Energica Motor Company, SITI B&T Group, Banca Investis, TAS, Falck Renewables, La Doria, Assiteca, Giorgio Fedon & Figli. Le prossime saranno Costamp (che revocherà le azioni senza OPA, mettendo in difficoltà i piccoli azionisti), Atlantia (che deve affrontare un processo autorizzativo più lungo), Piteco, A.S. Roma e Coima Res. Un discorso diverso riguarda Banca Carige (che sarà assorbita da BPER), Cattolica (in Generali) e Autogrill (che dopo il matrimonio con Dufry finirà quotata in Svizzera).

“In parte è un fenomeno mondiale, originato dal settore del private equity, diventato particolarmente liquido e aggressivo, alla ricerca di imprese sottovalutate”, ha affermato Alberto Franceschini Weiss, presidente di Ambromobiliare. “Ma in Italia abbiamo un elemento aggiuntivo che non rende merito – in termini di valore – alle società italiane, e cioè la mancanza di alcune categorie di investitori: gli investitori di lungo termine (come assicurazioni e fondi pensione) e gli hedge funds – ha scritto in un post su LinkedIn – I primi assicurano una valutazione di lungo termine e prescindono dalle variazioni congiunturali, i secondi fanno i “cani da tartufi” e vanno a caccio di imprese sottovalutate. Queste categorie assicurano liquidità e mantenimento dei valori”.

Il mercato perde valore

La fuga dalla Borsa non è certo un fenomeno nuovo. Negli ultimi 20 anni le ammissioni a Piazza Affari sono state 448, mentre i delisting sono stati 336, di cui ben 268 sul listino principale (EXM, già MTA), che ne ha guadagnate “solo” 185; per contro il mercato non regolamentato delle PMI (EGM, già AIM Italia, che conta oggi 174 società quotate) ha attratto 263 imprese quotate e ha visto solo 68 cancellazioni, secondo uno studio pubblicato lo scorso marzo dall’investment bank Intermonte e dalla School of Management del Politecnico di Milano. I delisting hanno causato una importante perdita di capitalizzazione per Piazza Affari, superiore, negli ultimi 5 anni, a 55 miliardi di euro – “mangiandosi” quasi un quarto della crescita dei corsi azionari dello stesso periodo.

Il report ha fatto anche un identikit delle società che lasciano Borsa Italiana, suddividendole in quattro gruppi. Il primo è quello delle “Sconfitte” (29% del totale), ovvero imprese delistate perché sono fallite, hanno subito un dissesto finanziario o sono state escluse dal mercato per mancanza dei requisiti. Il secondo gruppo (il più numeroso col 30%) è quello delle “Prede”: si tratta di aziende acquisite da soggetti esterni (spesso esteri) con il conseguente ritiro delle azioni dal mercato. Il terzo gruppo (poco rilevante, il 14%) è quello delle “Ristrutturande”, società riassorbite in altri gruppi quotati per una logica di riorganizzazione societaria interna, quindi rimaste comunque nel perimetro della Borsa. Il quarto gruppo (che riguarda il 26% del campione) è quello delle “Pentite”. Sono aziende in gran parte presenti a Piazza Affari da 10 o più anni, che hanno ritenuto opportuno abbandonare il listino per decisione interna (o per volontà dei soggetti controllanti o sulla base di considerazioni strategiche discrezionali).