Faro Antitrust sulla shrinkflation: ecco cos’è e quando è illegittima

L'Autorità per la concorrenza sta monitorando la situazione per capire in che termini e misura sarà possibile aprire una indagine formale a tutela dei consumatori

Il fenomeno sempre più in voga noto come “shrinkflation” finisce sotto il faro dell’Antitrust, che “sta monitorando” la faccenda per capire se sia opportuno aprire una indagine per “pratica commerciale scorretta” e “a danno dei consumatori”. Lo ha annunciato ieri in un’audizione Giovanni Calabrò, responsabile per la tutela del consumatore presso l’Antitrust. Una notizia che è stata accolta con favore dalle associazioni dei consumatori. Ma cerchiamo di capire di cosa si tratta e perché potrebbe essere illegale.

La “shrinkflation”

La “shrinkflation” non è una truffa di per sé, ma una “tecnica di marketing” ben conosciuta in economia, perché produce un abbassamento del prezzo per unità prodotta con conseguente aumento dei margini di profitto del produttore o, come nel caso attuale, mitiga gli effetti dell’inflazione galoppante con una riduzione della quantità di prodotto al posto di  un aumento del prezzo.

In breve, è la pratica con cui gli articoli si riducono in termini di dimensioni o quantità, in risposta ad un aumento del costo della materia prima, mentre i prezzi dei prodotti finiti rimangono gli stessi.

Una pratica scorretta?

La “shrinkflation” non è una pratica scorretta fin quando non inganna il consumatori. Secondo l’esperto dell’Antitrust la riduzione in sé della quantità di prodotto contenuta nella confezione potrebbe anche essere una decisione legittima, ma quel che rileva è la trasparenza di questa scelta.

Ed in questa direzione la diminuzione della quantità di prodotto senza un’adeguata avvertenza sull’etichetta frontale, come avvenuto in più casi di recente, potrebbe essere ritenuta illegittima e a danno dei consumatori.

Consumatori sul sentiero di guerra

E difatti l’Unione Nazionale Consumatori ha presentato di recente un esposto per denunciare la vendita di colombe pasquali da 750 grammi, mozzarelle da 100 grammi invece che da 125, caffè da 225 al posto di quello da 250 grammi, pasta non nei formati consolidati da 500 grammi e da 1 Kg e tè con 20 bustine invece di 25.

“La sgrammatura dei prodotti è antica, ma con la crisi attuale e gli aumenti dei costi di produzione delle aziende, dovuti ai rincari energetici di luce e gas, le segnalazioni dei consumatori si erano moltiplicate e le tecniche delle aziende si sono fatte sempre più insidiose”, spiega il Presidente di UNC Massimiliano Dona, aggiungendo “è scorretto diminuire il quantitativo interno di un prodotto mantenendo la confezione della stessa grandezza” così come “è ingannevole nascondere il peso anomalo nella parte nascosta della confezione, quella inferiore, scrivendolo a caratteri minuscoli tra decine di altre scritte”.

“Finalmente qualcosa si muove sul fronte dell’inflazione occulta determinata dalla pratica sempre più diffusa di ridurre le quantità dei prodotti lasciando intatti i prezzi”, afferma il presidente di Assoutenti Furio Truzzi, aggiungendo che il fenomeno “svuota i carrelli fino al -30%” e “determina un duplice danno agli utenti”.

La denuncia di Coldiretti: frodati anche i produttori

Contro la shrinkflation” anche Coldiretti che mette in luc e una doppia verità: si tratta solo dell’ultima trovata per scaricare l’aumento dei costi su consumatori e produttori, perché con la guerra in Ucraina “si moltiplicano speculazioni e pratiche sleali sui prodotti alimentari, che vanno dai tentativi di ridurre la qualità dei prodotti offerti sugli scaffali alle etichette ingannevoli, fino al taglio dei compensi riconosciuti agli agricoltori al di sotto dei costi di produzione.

Il risultato è che più di 1 azienda agricola su 10 (11%) – spiega Coldiretti – si trova in una situazione così critica da portare alla cessazione dell’attività ma circa un terzo del totale nazionale (30%) si trova comunque costretto in questo momento a lavorare in una condizione di reddito negativo.