Draghi al Quirinale? Goldman Sachs pone un veto: Recovery a rischio

La banca d'affari si esprime negativamente circa la possibile nomina a Presidente della Repubblica che metterebbe a rischio la realizzazione del Recovery

Non piace alla finanza l’idea di nominare Mario Draghi Presidente della Repubblica, non per una questione personale, ma perché l’ex presidente della BCE rappresenta una sorta di garanzia per la realizzazione del Recovery Plan. Lo dice la banca d’affari statunitense Goldman Sachs, esprimendosi negativamente sulla sua nomina dell’attuale Premier al Quirinale, in occasione dell’elezione del capo dello Stato che si terrà il prossimo 24 gennaio, sebbene il consensus lo dia per vincente su qualsiasi rivale.

Per Filippo Taddei, capoeconomista dell’Europa Meridionale di Goldman Sachs, “l’elezione di Draghi al Colle rafforzerebbe il legame dell’Italia e delle sue politiche all’Europa, ma al contempo alimenterebbe l’incertezza sul nuovo esecutivo e la sua efficacia politica”.

Considerando la frammentata maggioranza e la lentezza con cui si formano i governi in Italia, gli esperti si dicono “preoccupati” circa la possibilità che la nomina di Draghi al Colle possa provocare un “ritardo” nella realizzazione del Recovery e delle riforme, a maggior ragione se ciò portasse ad elezioni anticipate, a fronte dell’impossibilità di formare un nuovo governo con l’attuale maggioranza.  “La continuità politica sarebbe seriamente minacciata – sottolineano – indebolendo l’impegno italiano sul fronte del Recovery”.

L’ipotesi di una permanenza di Draghi a Palazzo Chigi viene quindi data come più probabile da Goldman Sachs, rispetto agli altri papabili, fra cui figurano  Romano Prodi, Mario Monti e Giuliano Amato. Ma la banca d’affari avverte che guidare il governo nel 2022 si rivelerà per il Premier “più impegnativo” che nel 2021, a causa della presenza di una coalizione ampia ed eterogenea e del crescendo di tensioni che guiderà la politica verso le elezioni generali nella primavera del 2023.

Al di là di questo, Draghi si rivelerà la scelta ideale per Palazzo Chigi e potrà avvantaggiarsi degli speciali poteri amministrativi garantiti dalla governance del Recovery. In caso contrario, le sue dimissioni potrebbero ridurre l’utilizzo delle sovvenzioni (39 miliardi) concesse dall’UE fra il 50 e il 75%, riducendo l’impatto fiscale alla crescita del PIL dello 0,1% nel 2022 e dello 0,35% nel 2023. Tale impatto negativo aumenterebbe in caso di elezioni anticipate (-0,15% nel 2022 e -0,55% nel 2023).