Crisi chip, l’Europa vuole produrseli in casa: aumentano gli incontri ad alto livello

La carenza di chip proseguirà fino al 2022, quando la moderazione della domanda di componenti elettronici avvicinerà l'offerta e la domanda all'equilibrio. È questo il preoccupante scenario che ha spinto l'Unione europea a muoversi per cercare di essere parzialmente autosufficiente.

Negli scorsi mesi i ritardi nelle consegne di semiconduttori sono stati più lunghi rispetto alla crisi finanziaria globale del 2008-09 e quasi quanto nel marzo-aprile 2020, quando le principali economie si erano fermate a causa dei lockdown, secondo i dati di IHS Markit. I settori che hanno registrato aumenti improvvisi e imprevisti della domanda durante la pandemia e nella fase di ripresa da essa – automobili e componenti, beni per la casa e attrezzature tecnologiche – sono stati i più colpiti. La carenza di chip proseguirà fino al 2022, quando la moderazione della domanda di componenti elettronici avvicinerà l’offerta e la domanda all’equilibrio. È questo il preoccupante scenario che ha spinto l’Unione europea a muoversi per cercare di essere parzialmente autosufficiente e raddoppiare dal 10 al 20% la sua quota di produzione mondiale di microchip di ultima generazione.

IL RUOLO DI THIERRY BRETON

Il protagonista delle istituzioni europee sul fronte dei semiconduttori è il commissario europeo al Mercato interno Thierry Breton, che in questi giorni ha incontrato il premier Mario Draghi, il sottosegretario alla presidenza Bruno Tabacci e il ministro dello Sviluppo Giancarlo Giorgetti. “L’Europa ha tutte le carte in regola per essere una potenza industriale, competitiva e innovativa – ha twittato il commissario europeo al termine della visita a Roma – Col primo ministro Mario Draghi condividiamo questa visione dell’Unione europea, che si tratti di tecnologie, semiconduttori, spazio o addirittura vaccini”.

L’INCONTRO DRAGHI-GELSINGER

La volontà del governo italiano di essere protagonista nello sforzo europeo per la produzione di semiconduttori è testimoniata anche dall’incontro, avvenuto a inizio mese, con Pat Gelsinger, amministratore delegato di Intel, la più grande azienda americana produttrice di semiconduttori. Fare fronte comune con i colossi statunitensi, e attirare loro investimenti in Europa, è infatti fondamentale per mettere fine alla dipendenza del Vecchio Continente dai produttori asiatici. Il peso massimo del settore è infatti Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), che nel primo trimestre del 2021 aveva una quota di mercato del 56% a livello globale nel settore delle fonderie di semiconduttori, secondo dati di Statista.

L’INVESTIMENTO DA 20 MILIARDI

Se l’Europa vuole costruire una mega fabbrica di chip all’avanguardia, deve convincere almeno uno dei primi tre produttori mondiali – TSMC, Intel o Samsung – a investire circa 20 miliardi di euro in una nuova fonderia. Intel, dal canto suo, ha indicato che gli investimenti nella sua fabbrica europea di semiconduttori da 20 miliardi di dollari potrebbero essere distribuiti in diversi Stati membri dell’UE, anche se si aspetta un contributo di 8 miliardi dall’Unione europea come incentivo. Secondo quanto emerso dall’incontro Draghi-Gelsinger, l’idea sarebbe quella di impiantare nel nostro Paese un centro dedicato a ricerca e sviluppo. La produzione di microchip continua a scalare l’agenda della Commissione europea e i fondi messi a disposizione dal Recovery plan saranno cruciali per lo scatto in avanti del settore europeo.

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