Familismo: uno stile tutto italiano

A che punto è il "gender gap" in Italia?

Secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo (Ocse), la quantità di tempo dedicato da madri e mogli italiane agli impegni dei figli, alle faccende domestiche e ai trasferimenti è pari in media a 306 minuti al giorno, cioè 5 ore, mentre i loro mariti e compagni non vanno oltre i 131 minuti, ovvero poco più di 2 ore al giorno.

Si tratta del cosiddetto “gender gap” cioè il divario di genere tra uomo e donna, l’insieme delle disparità nella partecipazione alla forza lavoro, nei salari e nel reddito.
Le donne italiane continuano a lavorare meno della media di quelle europee, per sopperire a carenze del welfare, diventando in pratica degli ammortizzatori per le famiglie; essendo poi la maggioranza delle imprese italiane di medio-piccola dimensione che non offrono nidi aziendali o altri servizi utile a sostegno delle madri.

In Italia poi non viene sostenuta la paternità infatti i giorni relativi al congedo obbligatorio per paternità sono ancora pochi: solo 4, da usufruire entro i 5 mesi dalla nascita o adozione.

Oltre alla mancanza di sostegno da parte delle istituzioni, noi scontiamo il familismo: si tratta di una cultura per la quale gli interessi e il benessere della famiglia rivestono una grande importanza, maggiore rispetto a quelli della collettività.

In Italia l’unica certezza è da sempre rappresentata dalla famiglia.

Le donne in Italia lavorano meno, spesso ricorrono al part time, a lavori irregolari, fanno “in&out”  dal mondo professionale quando hanno dei figli;in queste condizioni diventa impossibile seguire una carriera lineare e dunque aspirare anche a posizioni di rilievo e a retribuzioni maggiori.

Un’analisi a livello europeo ha anche fatto emergere che alla base delle ragioni che nel tempo continuano a produrre queste significative differenze retributive tra donne ed uomini   è che spesso lavorano in settori diversi e svolgono mansioni differenti, con la costante che i comparti a prevalenza femminile presentato in genere salari più bassi di quelli a prevalenza maschile. E’ necessario considerare inoltre quelle pratiche invalse negli ambienti di lavoro, soprattutto per l’avanzamento di carriera e le opportunità di formazione che finiscono anch’esse per incidere sulla retribuzione delle donne. Questo insieme di elementi finisce per formare il cosiddetto “soffitto di cristallo” che impedisce alle donne di raggiungere le posizioni più remunerative. Le competenze e le capacità delle donne poi sono spesso sminuite, soprattutto nei settori dove sono maggiormente rappresentate; questa valorizzazione incide negativamente in pratica sulla busta paga: un magazziniere guadagna, per esempio, di più di una cassiera di supermercato.

Rispetto a qualche anno fa, si sta assistendo ad alcuni cambiamenti, ma i processi di adeguamento sono molto lenti e non esistono soluzioni a basso costo e breve termine.

Inoltre le donne sono scarsamente rappresentate a livello di posizioni di comando sia in politica sia in economia.

Per il futuro sarebbe quindi necessario incrementare i servizi sociali a sostegno delle famiglie; potrebbe essere utile mettere nelle condizioni di conciliare ufficio e casa e soprattutto educare fin dal nido e dalla scuola dell’infanzia ad una “educazione di genere” che porti ad una maggiore parità fra uomo e donna.

A cura di Clara Rampollo
Consulente del Lavoro
Associazione Giovani Consulenti del Lavoro Pavia

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