Divorzio: tutto quello che c’è da sapere

Dalla separazione all'assegno di mantenimento: ecco tutto quello che c'è da sapere sul divorzio

Si dice che le nozze – e un diamante, all’occorrenza – siano per sempre, ma questo prima che fosse introdotto in Italia l’istituto del divorzio con la legge n. 898/1970. Il legislatore, in realtà, non menziona proprio questa parola ma parla di “cause di scioglimento del matrimonio”. Il termine “divorzio”, però, è ormai universalmente accettato nel linguaggio comune.

La storia della legge sul divorzio

Un tempo, nel nostro Paese, era impensabile che si potesse porre fine a un’unione considerata sacra e indissolubile, tanto che la legge n.898/1970 non ha avuto vita semplice. Il 12 maggio 1974 è stato indetto – soprattutto dal fronte cattolico – un referendum abrogativo dell’istituto dello scioglimento del matrimonio, che non è stato però accolto dalla maggior parte della popolazione. Il 1974, quindi, è considerato un anno spartiacque per il diritto di famiglia.

Quando un matrimonio finisce e due coniugi decidono di voler porre fine legalmente all’unione, si chiede il divorzio. Confermato in Italia dal referendum popolare il 12 maggio 1974, è stato accompagnato da polemiche molto forti prima di essere approvato dalla maggioranza dei cittadini (era stata messa in dubbio la sua stessa legittimità costituzionale). Tuttavia, a differenza di altri Paesi, ottenere il divorzio non è una cosa immediata in Italia: deve passare del tempo e devono ricorrere delle precise condizioni.

Divorzio: ecco cosa prevede la legge

Cosa prevede la legge italiana in materia di divorzio? Innanzitutto bisogna specificare che il nostro ordinamento non riconosce né il divorzio consensuale, né il divorzio sanzione. Nel primo caso, perché i diritti in gioco – quelli di natura familiare – sono indisponibili. Nel secondo, perché non è ammesso che un matrimonio finisca “per colpa di uno dei due coniugi”. Ma allora, quand’è che si può divorziare?

La legge italiana prevede il divorzio come rimedio al fallimento coniugale. Ovvero, quando “la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita”. Come si capisce quando un matrimonio rientra in questa categoria? Quando sussistono diversi fattori, chiamati anche “cause di divorzio”: questi sono la separazione, una condanna penale grave per reati passati in giudicato verso terzi, nei confronti del coniuge o del figlio. E ancora: l’assoluzione per vizio totale di mente da uno di questi crimini, la mancata consumazione del matrimonio, l’annullamento delle nozze o il divorzio ottenuto all’estero dal coniuge straniero. Ultimo, ma non meno importante, il passaggio in giudicato della sentenza che rettifichi il sesso di uno dei due sposi.

Una volta pronunciata la sentenza di divorzio, il matrimonio smette di produrre effetti. Se la donna aveva preso il cognome del marito, lo perde.

La separazione

Ovviamente la prima causa di divorzio – e anche la più ricorrente – è la separazione, che deve essere giudiziale o consensuale omologata. È invece irrilevante la cosiddetta “separazione di fatto”. Che vuol dire? Banalmente che marito e moglie devono avviare un preciso procedimento davanti a un giudice per formalizzare l’allontanamento e infine ottenere il divorzio: quindi, se decidono di dividersi de facto, senza darne comunicazione legale, questa non vale ai fini del computo del periodo normativamente previsto come precedente necessario al divorzio. Non basta andarsene di casa per far iniziare il percorso della separazione, ma bisogna sempre procedere per vie burocratiche.

Il divorzio breve

Un tempo, dovevano passare tre anni prima che una separazione potesse dar luogo a un divorzio: nel corso di questo periodo non poteva esserci riavvicinamento tra marito e moglie, proprio in vigore del principio di non interruzione di cui abbiamo detto in precedenza. Tre anni non sono proprio un tempo brevissimo, e il legislatore ha deciso di snellire quest’istituto per renderlo più conforme agli altri paesi europei. È stato quindi introdotto, dalla legge n.55/2015, il cosiddetto “divorzio breve”: a differenza di qualche tempo fa, non servono tre anni per sancire in modo legale e legittimo la fine del matrimonio, ma dodici mesi. Questo nel caso di separazione giudiziale. Se i coniugi hanno invece deciso di procedere per via consensuale, il periodo si abbassa ulteriormente a sei mesi.

Il divorzio diretto

Non è stato invece introdotto nel nostro ordinamento il “divorzio diretto”, ossia la possibilità per le coppie senza figli di porre fine al matrimonio senza procedere prima alla separazione.

Gli alimenti

Durante la separazione, al coniuge che ne abbia bisogno, possono essere versati gli alimenti. Questi devono essere sufficienti a garantire un’esistenza decorosa – al contrario dell’assegno divorzile, che invece deve poter assicurare lo stesso tenore di vita avuto durante il matrimonio. Per ottenere gli alimenti non bisogna vedersi addebitare la separazione, il beneficiario deve essere privo di redditi propri, mentre il coniuge obbligato ne deve avere a sufficienza. In caso contrario, non si procede. La natura di questa prestazione è assolutamente personale: significa che in caso di morte dell’obbligato questo dovere non può essere trasmesso a qualcun altro della famiglia. Il coniuge ricevente non può cedere ad altri il suo credito, e quest’ultimo non può essere nemmeno oggetto di pignoramento.

L’assegno divorzile: ecco come funziona

Se il matrimonio, in caso di divorzio, smette di produrre effetti sul lato personale del rapporto tra i coniugi, diverso è il discorso a livello economico. Se il giudice lo ritiene opportuno, infatti, può decidere che una delle due parti versi mensilmente un assegno all’altra. Ovviamente questo avviene solo nei casi in cui l’ex coniuge, per ragioni oggettive, non possa prevedere al proprio sostentamento e si trovi in difficoltà economica.

Non c’è una somma specifica relativa all’ammontare dell’assegno divorzile: questo dipende da vari fattori, che in genere riguardano il tenore di vita avuto durante il matrimonio. Quindi il giudice, nel stabilirne l’entità, andrà a valutare le condizioni economiche e sociali di entrambi, il motivo del divorzio, il contributo personale ed economico dato durante la durata dell’unione e i redditi. Una parte della dottrina ritiene che l’ammontare dell’assegno debba essere funzionale a garantire all’altro un’esistenza decorosa, non per forza in linea con il precedente tenore di vita. La giurisprudenza però, è orientata principalmente su tale ultima tesi.

Chiaramente l’ammontare dell’assegno divorzile può essere rivisto se alcune condizioni cambiano, e può essere addirittura tolto in altre circostanze. Se ad esempio l’ex coniuge, che percepisce questa quota mensile, si sposa un’altra volta, non ne ha più diritto. Nel caso in cui vada invece a convivere con un nuovo partner, il giudice può limitarsi a rivedere l’assegno.

L’assegno divorzile può essere saldato all’ex coniuge anche in un’unica soluzione se ritenuto possibile dal tribunale. Una volta ricevuto però, il beneficiario non può più chiedere nulla, anche se si dovesse trovare successivamente in difficoltà economiche.

Dopo il divorzio, non si ha più diritto a una quota dell’eredità nei confronti dell’altro coniuge. Ma, nel caso in cui la persona in questione versi in condizioni economiche sfavorevoli, può continuare a percepire l’assegno divorzile a carico dell’eredità. Ovviamente questo non vale nel caso in cui il saldo sia stato fatto in un’unica soluzione.

Il Trattamento di fine rapporto (TFR)

Dopo il divorzio, il coniuge ha diritto anche al 40% del Trattamento di fine rapporto (TFR) del partner. La somma è da calcolare sugli anni in cui matrimonio e lavoro sono coincisi. In caso di decesso di uno dei due, può essere chiesta la pensione di reversibilità, ma solo se il defunto aveva già smesso di lavorare quando erano ancora in essere le nozze.

Il mantenimento dei figli

Per quanto riguarda il mantenimento dei figli, qui vanno distinti due casi: se sono maggiorenni o minorenni. Se il divorzio fa cessare gli effetti personali del matrimonio tra un coniuge e l’altro, infatti, la stessa cosa non accade nei confronti della prole. Una volta ottenuta la sentenza, le parti devono comunque provvedere al mantenimento dei figli: nel caso siano minorenni, non c’è nemmeno bisogno di fare richiesta al giudice, se sono maggiorenni, deve essere invece fatta la domanda per gli alimenti. Questa può essere inoltrata o dal genitore che ha il figlio a carico, o dal figlio stesso nel caso non viva nella casa familiare ma non sia economicamente indipendente. Chiaramente quest’ultima clausola non vale nel caso in cui una persona approfitti della situazione, evitando di trovare un lavoro e vivendo sulle spalle degli altri parenti.

Se i coniugi hanno un figlio portatore di handicap, devono ovviamente provvedere al suo sostentamento. Nel caso in cui, però, questi abbia già una pensione d’invalidità, il giudice può anche decidere di non imporre l’assegno di mantenimento alle parti. Chiaramente, con il denaro versato dallo Stato, i genitori devono far fronte ai bisogni del figlio.

Come calcolare l’assegno di mantenimento per i figli

Non è previsto un ammontare fisso per l’assegno di mantenimento. Per quantificarlo – cosa che spetta chiaramente al giudice – si devono valutare le esigenze del figlio, il tenore di vita avuto nel periodo della convivenza, il tempo di permanenza da ciascun genitore, le rispettive disponibilità economiche e i termini materiali dei compiti di cura e domestici assunti dagli stessi.

Per valutare l’assegno di mantenimento, si calcola anche la proprietà della casa, tanto che il giudice può decidere che a pagare la somma sia il coniuge rimasto dentro l’abitazione.

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